Dal 19 Febbraio al 3 Marzo presso lo Spazio Oberdan di Milano si è tenuta una rassegna sul grande maestro del cinema contemporaneo Alexandr Sokurov, la cui poetica ha sempre affascinato e stranito sia il pubblico che la critica. Le distorsioni, l’impostazione teatrale e gli avvenimenti metafisici non sono che un pretesto per spiegare l’animo umano, nonostante le sue pellicole sembrino semplicemente raccontare la normale routine quotidiana.

Il lavoro più significativo dell’autore è la tetralogia sul potere, che fotografa quattro uomini vicini alla fine della loro vita, in un momento di transizione di cui non sempre sono consapevoli. Inoltre, la mancanza di chiari riferimenti politici e le ambientazioni metaforicamente malsane rispecchiano la convinzione del regista che “le qualità umane e il carattere sono più importanti di qualsiasi circostanza storica”.

Moloch, il primo film della tetralogia, segue Hitler e il suo entourage nel castello del Berghof (Baviera, Germania) poco prima della sconfitta nazista contro i russi a Stalingrado nel 1942. Il Führer viene dipinto come una persona normale, piena di incertezze e di paure; emblematica in questo senso è la scena dell’imbarazzante ballo di lui e la consorte: Sokurov non vuole umiliare il dittatore, solo metterlo sullo stesso piano di un essere umano qualunque.

moloch

Taurus, il secondo tassello della tetralogia, è una cronaca degli ultimi giorni di vita di Lenin, descritto come un uomo ormai ridotto a una macchietta di se stesso e afflitto da gravi difficoltà psicofisiche. Il vecchio bolscevico è poco caratterizzato, non è che un anziano come tutti gli altri: la sua verve è ormai scomparsa per lasciare spazio alla pura decadenza. Sokurov spezza il lento ritmo del film inserendo alcune scene nelle quali Lenin, in preda a scatti di follia, ricorda il suo glorioso passato, in netto contrasto con il comune mortale sulla via della dipartita quale è adesso. Il sole, invece, ritrae Hiroito in seguito alla sconfitta giapponese contro gli americani. Sokurov sembra trovarsi a suo agio con le ambientazioni claustrofobiche, atte a sottolineare che quello a cui lo spettatore assiste è solamente il frutto di un sogno o di un incubo. Malgrado il Paese andasse in rovina, Hiroito continua la propria vita seguendo i soliti rituali quotidiani all’interno del bunker nel quale si nasconde dal nemico e dal suo stesso popolo. Quest’ultimo aveva infatti mitizzato l’imperatore a tal punto da crederlo un vero e proprio dio sceso in Terra, ma Il Sole ne propone l’evoluzione dalla figura di essere divino a quella di mero mortale.

L’obbiettivo della tetralogia sul potere è dunque quello di separare l’uomo dal mito. Questa tematica torna anche in molte pellicole del cineasta russo: i rapporti mondani tratteggiati da Sokurov con l’abilità di un pittore, grazie alla loro paradossale semplicità, riescono a scuotere lo spettatore fin nel profondo. Quello che noi percepiamo come storia, infatti, non nasce da un evento straordinario né sovrannaturale, ma da decisioni meramente umane che a ben vedere chiunque avrebbe potuto prendere. La grandezza di Sokurov risiede proprio in questo, nel ridimensionare la storia, nel far capire che non esistono individui speciali

faust

Le pellicole del cineasta sono come dipinti in movimento che senza troppi fronzoli vanno dritto al nocciolo del discorso: la trama è poco influente ai fini del film, sovrastata dall’impatto visivo. La cura delle sequenze è infatti portata al millimetro, immerse in una fotografia cupa che restituisce appieno l’atmosfera decadente e malata della tetralogia.

Faust, ispirato all’omonima opera di Goethe e vincitore del Leone d’oro alla Mostra del Cinema di Venezia del 2011, è l’ultimo tassello che chiude la tetralogia. La pellicola costituisce un prequel delle altre tre, in quanto filosofeggia sulla nascita dell’ambizione al potere e il protagonista riunisce archetipicamente i tratti essenziali di Hitler, Lenin e Hiroito. Faust è infatti un uomo colto, sia dottore che filosofo: nulla gli è sconosciuto, giganteggia sul mondo grazie alla sua conoscenza e trova nel diavolo il suo unico interlocutore. Ogni barlume di felicità si spegne per via della sua ossessione per il desiderio intellettuale, monetario e amoroso nei confronti di Margarette, una donna bellissima simbolo della brama di potere che logora le persone dall’interno e le fa sprofondare in un turbinio di violenti angosce. Il giovane Faust è personificazione dell’animo di quegli stessi dittatori puntigliosamente descritti da Sokurov, ma anche di quella brama di grandezza che, presente in nuce in ogni uomo, può esplodere da un momento all’altro. Se solitamente tale sentimento viene tenuto sotto controllo, in certi individui prende il sopravvento e spezza le catene che lo imprigionano: Faust, in un delirio di onnipotenza, uccide il diavolo lapidandolo violentemente per poi dirigersi vero l’”oltre” senza alcun timore di essere fermato, come una divinità, come hanno fatto Hiroito e Lenin e in parte anche Hitler; ma è destinato a cadere, a fallire e a essere demitizzato.

arca russa

Le opere di Sokurov dal punto di vista estetico sono un elogio alla composizione teatrale, in cui ogni momento, sublime e viscerale, è perfettamente calcolato. Alexandra, Padre e Figlio, Elegia e l’Arca russa non sono infatti semplicemente delle pellicole, ma delle opere d’arte, delle sculture che si muovono sinuosamente: non raccontano nulla allo spettatore nel senso tradizionale del termine e per essere apprezzate hanno bisogno di essere viste con il giusto distacco che permetta di trascendere le immagini. Le ambientazioni oniriche si mischiano così a quelle grottesche e danno vita a un gioiello cinematografico che non deve intrattenere ma insegnare un concetto che ai giorni nostri sembra dimenticato: il senso di comunità, nella quale nessuno è veramente speciale ma declina la propria personalità sulla base delle circostanze in cui si trova. Il regista invita dunque a ripensare i nostri rapporti interpersonali e a trasportarli verso una frequenza più bassa, meno esclusiva, ma allo stesso tempo libera da pregiudizi.

Gabriele La Rosa