Voto

7.5

“Da un mese a un anno di reclusione per chi intrattiene relazioni sessuali consenzienti al di fuori del matrimonio”, così recita l’articolo 490 del codice penale del Marocco, dove ancora oggi in avere relazioni sessuali al di fuori del matrimonio è considerato un reato. Vincitore del premio alla Miglior sceneggiatura allo scorso Festival di Cannes e primo lungometraggio della giovane regista Meryem Benm’Barek, Sofia denuncia il sessismo di questa legge, ricollocandolo nel più ampio scenario sociale del Paese, che soffre di un generale problema di privilegi e discriminazioni sociali.

Tra le 150 donne che ogni anno si vedono costrette a partorire di nascosto, in situazioni al limite della decenza umana, rischiando la propria vita e quella dei loro bambini, c’è anche Sofia (Maha Alemi), una ragazza di vent’anni a cui si rompono improvvisamente le acque durante una cena in famiglia. Per evitare la galera per sé e i suoi genitori la soluzione è una sola: sposarsi il prima possibile con il presunto padre, un ragazzo poverissimo di nome Omar (Hamza Khafif), coinvolto suo malgrado in una vicenda ben più grande di lui. Si innesca così una catena di vittime e carnefici che reitera una gerarchia sociale rigidissima, all’interno della quale non esiste alcun margine di miglioramento della propria condizione.

Perno del film sono Sofia e la cugina Lena, che richiamano simbolicamente le due principali classi sociali marocchine ma rompendone finalmente le rispettive rappresentazioni stereotipate. Sofia appartiene alla classe medio-bassa, ancora legata alle tradizioni familiari e nazionali, parla meglio l’arabo del francese e il suo lavoro in un call-center è il massimo a cui potesse aspirare. Lena proviene dalla classe medio-alta, ha una visione occidentalizzata della società ed è libera da certe imposizioni, parla alla perfezione francese e arabo e sta per diventare medico. Ma Benm’Barek dimostra che è solo per via di circostanze fortuite che la vita di Lena appare migliore di quella di Sofia: con lo sviluppo della vicenda sarà proprio la seconda a dimostrare di sapere davvero come va il mondo e ad avere uno sguardo lucido, disincantato e pure cinico delle dinamiche interne alla società marocchina. Mentre Lena si guarda attorno con lo sguardo spaventato di un cerbiatto e finisce col crollare di fronte alla presa di coscienza su una realtà con cui aveva sempre interagito secondo modalità indirette ed edulcorate.

La negazione della gravidanza da parte di Sofia intesa come mortificazione nei confronti del proprio corpo si fa allora metafora della società marocchina e di tutte le sue problematiche interne, elevando il film al di sopra di una denuncia strettamente femminista fino ad abbracciare questioni sociali, politiche ed economiche slegate dalle dinamiche di genere: il divario sociale è drammatico e solo chi ha soldi e potere, uomini o donne che siano, Sofia o Omar, può avere anche la libertà. A tutti gli altri è negata, in Marocco come in tutto il resto del mondo capitalista e ultraliberale.

Benedetta Pini