Voto

7

Dopo il 12 febbraio 2020 sembrava che la carriera di Slowthai fosse destinata a un inesorabile declino. Il rapper inglese, dopo aver ritirato il premio come “Hero of the Year” ai NME Awards, era infatti riuscito a mettere a repentaglio la propria reputazione a causa di uno “scherzo” misogino e denigratorio nei confronti della comica, e presentatrice della serata, Katherine Ryan e di uno scontro, quasi finito in rissa, con un ospite in platea. Non è affatto un caso che il suo nuovo album, Tyron, sia uscito esattamente ad un anno da quell’accaduto.

Mentre il disco di debutto Nothing Great About Britain l’aveva incoronato a voce della Gen Z, Tyron appare più come un monologo interiore e personale. Diviso in due esatte metà di sette tracce ciascuna, l’album esprime in pieno la dualità della persona, prima ancora di quella dell’artista, divisa tra un’energia spesso distruttiva e rabbiosa, rappresentata dalla prima parte con i titoli in caps lock, e una malinconia e introspezione a cui non piace stare sotto i riflettori. Questa dualità raggiunte il culmine in adhd, traccia posta a chiusura dell’album, in cui un secondo prima esprime al telefono tutto l’amore che prova verso un amico e quello dopo una rabbia feroce prende il sopravvento, dimostrando una grande consapevolezza dei propri limiti e difetti. Un’altra caratteristica fondamentale, e parte integrante del successo dell’album, sono le collaborazioni: Skepta, A$AP Rocky, Dominic Fike, Denzel Curry, Deb Never e le più inaspettate James Blake e Mount Kimbie rendono Tyron un’uscita magistralmente (forse fin troppo) architettata a livello commerciale, contaminando il sound hip-hop con sfumature pop.

Tra produzioni ricche di dettagli, ritornelli melodici della seconda metà contrapposti a sound più profondi e duri della prima, Tyron è un disco complesso e multiforme, che riflette le poliedriche capacità del rapper e che, forse, può far dimenticare gli errori del passato.

Giulia Tonci Russo