Voto

7

Nello skateboarding gli skater si dividono in regular e goofy. I primi posizionano davanti il piede sinistro, e rappresentano sostanzialmente la norma, i secondi invece il destro e sono innocentemente nominati “imbranati”, solo perché diversi da quella che è considerata la regolarità. Skate Kitchen di Crystal Moselle (presentato al Sundance Film Festival 2018) ha scelto di provare a i piedi in entrambi i modi, dividendosi la narrazione in due.

La prima parte è un po’ goofy, vicina allo stile documentaristico. Camille (Rachelle Vinberg) è un’adolescente incompresa che si allontana da casa a causa di un profondo conflitto con la madre (Elizabeth Rodriguez), e inizia a trascorrere le sue giornate estive insieme a una crew di ragazze skater. Prende così il via un’avventura fatta di spettacolari trick per gli skatepark e le strade di New York, che la macchina da presa segue con un’incantevole fluidità. La protagonista, di pari passo con la scoperta di una libertà che le sembrava impossibile da raggiungere e che adesso è così tangibile, si lascia andare alle confidenze con il gruppo di amiche e tenta una prima esperienza di emancipazione lavorando in un supermercato. Proprio il luogo di lavoro le permette di avvicinarsi all’affascinante skater Devon (Jaden Smith), che porta così il film alla seconda parte della narrazione, più fiction e regular rispetto alla precedente: il desiderio e la volontà di Camille sono ben definiti e generano un intreccio più tradizionale.

Skate Kitchen è un coming of age approda a un nuovo equilibrio più maturo. Un racconto di formazione che, pur inserendosi in un filone ormai consolidato nel cinema indie, tenta un taglio alternativo e irriverente, e lo fa attraverso lo skateboard, che diventa lo strumento di espressione di una femminilità nuova e diversa, sfrontata e libera. “I migliori skater non pensano, noi ragazze invece pensiamo troppo”, ed è così che il film cerca di mostrare una realtà femminile rabbiosa e scurrile, che cade e si fa male senza pensare agli inutili stereotipi di genere imposti dalla società.

Francesca Riccio