Voto

6

Presentato nel 2018 a Cannes nella sezione Semaine de la CritiqueSir – Cenerentola a Mumbai è il primo lungometraggio di Rohena Gera, regista e sceneggiatrice indiana. Un racconto romantico e drammatico ambientato in una moderna ma contraddittoria Mumbai, accantonando il trash indiano al quale ci hanno abituato diversi film bollywoodiani: l’intreccio di Sir parte da un matrimonio, ma annullato.

Ratna (Tillotama Shome) è una giovane domestica costretta a tornare in città al servizio di Ashwin (Vivek Gomber) dopo che questo ha rotto il fidanzamento con la sua promessa sposa. Ratna e Ashwin sono prevedibilmente due poli opposti. Lei è un’umile ragazza spinta dalla comunità del villaggio a cui appartiene a vivere il proprio stato da vedova come uno stigma. La sua ambizione le permette di gestire una vita frenetica piena degli impegni necessari per poter realizzare i propri sogni, affrontati con una vivacità resa visivamente dai colori allegri dei tessuti che la incorniciano in diverse inquadrature. Lui è un giovane di ricca famiglia che sembra aver ormai definitivamente rinunciato alla propria vita da scrittore in America, arrendendosi una vita fatta di disinteressati incontri routinari e sopralluoghi nei grigi cantieri presieduti dal padre. Come da manuale, i due opposti si attraggono e finiscono per innamorarsi, ma saranno tanto forti per vivere il loro amore ignorando ostacoli e pregiudizi che la differenza di ceto sociale comporta?

Il quesito che pone Sir non è di poco conto e mette in campo altre questioni importanti come l’emancipazione e la realizzazione personale. Tematiche che tuttavia vengono tradotte in un racconto filmico privo di qualsiasi tipo di guizzo e con uno sviluppo narrativo fatto di nodi che lo spettatore è pienamente in grado di visualizzare autonomamente con anticipo. L’unica eccezione è forse il finale dolceamaro, che sfugge dalla totale prevedibilità, risultando però insipido proprio perché contemporaneamente appagante e deludente. Si conferma così lo spreco di potenzialità e la mancanza un’impronta decisa in un film che non è in grado di coinvolgere.

Francesca Riccio