Voto

8

Ventotto anni di travagliata realizzazione e le altissime aspettative create dall’attesa spasmodica di vedere un soggetto controverso come quello di Shūsaku Endō sul grande schermo pesano sulla pellicola. Silence chiede infatti un grande impegno ai suoi spettatori: pellicola stratificata e caleidoscopica, l’ultima opera di Scorsese ha bisogno di una quieta meditazione per venire snocciolata e affrontata, tassello dopo tassello. Peccato e redenzione, la costitutiva fragilità della natura umana, l’abbandono della fede e alla fede, l’arrogante cecità di fronte ai propri limiti, l’impossibile sussistenza di una verità monolitica, le velleità di sopraffazione tra culture.

Scorsese torna ad affrontare uno dei temi a cui tiene di più: il rapporto dell’uomo con la fede, soggetto già di L’ultima tentazione di Cristo (1988) e di Kundun (1997), ma anche sottotraccia che percorre tutta la sua opera. La riflessione del regista newyorkese è sofferente e appassionata, traspone su pellicola una violenza talmente distruttiva da non poter essere che silente; e di questa terribile quiete Scorsese si serve per rappresentare l’essenziale incomunicabilità tra culture o, ribaltando il punto di vista, l’assolutezza del relativismo culturale, l’importanza della specificità di ogni singola comunità etnica. Il fascino di Silence risiede proprio nel continuo rovesciamento della prospettiva, nel rifuggire ogni visione manichea della vicenda e nell’aprire ripetutamente squarci nell’apparente verità da poco consolidatasi nello spettatore, che si ritrova incapace di prendere una posizione, di esprimere un giudizio fermo. Non restano che il silenzio e il dolore per un incommensurabile dramma umano. E il passo verso l’attualità è spaventosamente breve.

L’impatto estetico è a sua volta impressionante, capace di accompagnare la vicenda con una cura formale che rasenta la perfezione. Esaltato dalla suggestiva fotografia di Rodrigo Prieto e dalle magnifiche scenografie di Dante Ferretti, Silence è un’opera mistica e complessa che richiede pazienza per essere compresa. Uno sforzo minuscolo, se commisurato alla portata valoriale del film.

Christopher Lobraico e Benedetta Pini