Voto

7

Jim Marshall è morto come aveva sempre desiderato: durante il sonno, a settantaquattro anni, in una stanza del W Hotel di New York, con un libro in mano. Se il 24 marzo del 2010 si fosse trovato lì e avesse visto se stesso da fuori, probabilmente l’avrebbe fotografato. Irrequieto, intelligente, compulsivo, carismatico, arguto, sensibile, brutale, violento e sentimentale, Marshall non si separava mai dalla sua Leica, che era come il suo doppio, un’estensione della sua persona, grazie alla quale lasciò in eredità al mondo ritratti iconici di personaggi e momenti unici, da Jimi Hendrix a Bob Dylan, da Janis Joplin a Johnny Cash, e poi Woody Allen, Carol Channing, John Coltrane, Woodstock e i Rolling Stones, fino all’ultimo concerto dei Beatles a Candlestick Park. Scatti rari e iconici cristallizzati nella storia, che testimoniano i dietro le quinte dei fenomeni musicali più rivoluzionari degli ultimi vent’anni, quand’erano all’apice della loro potenza.

In Show me the picture – The story of Jim Marshall, documentario di Alfred George Bailey al cinema solamente dal 2 al 4 marzo 2020, l’obiettivo è rivolto verso di lui, che finalmente emerge attraverso il racconto di amici, colleghi e artisti, andando oltre la propria macchina fotografica. Personalità singolare e dalle mille sfaccettature, Marshall ha dato forma alla storia della musica, geniale nel cogliere l’attimo, nel diventare invisibile e nell’ottenere la fiducia totale anche dell’artista più schivo, senza mai tradirla: «Gli artisti mi fanno entrare nella loro vita reale», dichiara. Per lui niente è mai abbastanza, si guarda intorno, osserva tutto, anche ciò che è apparentemente insignificante, senza tralasciare nulla, diventando “una mosca sul muro”. Il risultato sono immagini senza tempo scattate in circostanze improbabili, che misero a tacere chi non prendeva sul serio le sue fotografie e non riconosceva la sua autorialità.

Marshall è a New York a documentare il passaggio di Bob Dylan all’elettrico, per poi seguire l’era psichedelica e allucinogena di San Francisco tuffandosi nel cuore della Summer of Love della Haight Ashbury. Lì immortala i gruppi del quartiere ancora affamati di successo: Grateful Dead, Jefferson Airplane, Quicksilver Messenger Service, Charlatans. Le sue foto ritraggono un crocevia artistico fatto di commistione di generi, persone e arti, riuniti negli ideali sotto al simbolo della pace; un simbolo di libertà che contiene infiniti suoni e colori. Negli anni in cui chiunque è libero di dire ed essere ciò che vuole, Marshall mette a fuoco l’essenza di ciascun artista che incontra, captando i suoi sentimenti più reconditi; e gli basta una sola foto per fissare per sempre un’esperienza irripetibile. La musica trasforma chi la ascolta e Jim Marshall, fotografandola, ci permette di vederla con occhi nuovi, portandoci a Candlestick Park nel ’66, a Monterey nel ‘67, Altamont nel ’69…

Silvia Lamia