Voto

8

Nel 1979 alcuni medici scoprirono che una certa sfumatura di rosa, poi nominata “drunk tank pink” avesse poteri calmanti e divenne quindi comune utilizzarla in prigioni, ospedali psichiatrici e nelle celle delle stazioni di polizia. La band inglese Shame riprende questo nome e ne scardina completamente il significato, creando un disco rabbioso che scalpita contro la monotonia dell’isolamento e l’ansia da esso derivante.

Dopo il tour dell’acclamato album di debutto Song of Praise del 2018, la band di south London si era presa una pausa ed è da questo isolamento pre-pandemia che nasce Drunk Tank Pink. Charlie Steen, frontman del gruppo, racconta delle difficoltà che in prima persona ha vissuto quando è rimasto da solo nella sua piccola stanza rosa, dovendosi confrontare con la ricerca di sé stesso, lontano dal lavoro e dal rumore di quella che era stata la sua quotidianità per quasi due anni. In questa crisi d’identità quasi profetica, i sentimenti preponderanti sono l’ansia e la rabbia, elementi già presenti nell’uscita precedente ma portati all’apice grazie alla guida del producer James Ford (Foals, Arctic Monkeys, Florence + the Machine) riuscendo a rendere questo lavoro un perfetto equilibrio tra intensità e capacità di immedesimazione (“Will this day ever end?/ I need a new beginning”, Nigel Hitter).

Tra chitarre graffianti e ritmi funk, Drunk Tank Pink riporta chiare influenze del post-punk fine anni ’70/inizi anni ’80: non particolarmente innovative, ma che, grazie anche ai testi pungenti, riescono a creare un senso di familiarità, rendendo l’ascoltatore partecipe e parte di un male di vivere comune e diffuso. Tuttavia è quando il ritmo si calma che il disco raggiunge il picco qualitativo: in Human, for a Minute, con il suo ritornello “I’m half the man I should be”, la rabbia cede il posto alla rassegnazione, colpendo nel profondo chiunque abbia vissuto il 2020. Nonostante gli Shame non siano il volto più innovativo del post-punk contemporaneo, Drunk Tank Pink è un album di qualità assoluta. Perché a volte non serve fare qualcosa di nuovo per creare qualcosa di buono.

Giulia Tonci Russo