Dalla pubblicazione del Manifesto Cyborg di Donna Haraway del 1985, che ha segnato una svolta radicale nel movimento femminista introducendolo alla quarta ondata, la rappresentazione della lotta è cambiata: ha dismesso le vesti sgualcite degli anni ’70 per iniziare una metamorfosi sia fisica che ideologica, indirizzandosi verso una dimensione cibernetica e sancendo il trionfo dell’ibrido sul normativo, a livello sia sessuale e di genere che socio-politico. L’influenza di una simile ricerca è stata fondamentale per le riflessioni di studiose successive, come nel caso di Sadie Plant, ex-compagna e collaboratrice del controverso accelerazionista Nick Land, la quale ha coniato il termine “cyberfemminismo” a partire dalle teorizzazioni di Haraway relative all’interrelazione produttiva tra potere tecnologico e diritti di genere.

Tra le varie definizioni avanzate da questi studi, riprendiamo quella di Mia Consalvo, docente della Concordia University in Canada: “Cyberfemminismo significa esortare le ragazze, soprattutto quelle che non si rivedono nei movimenti femministi del passato, a non consumare o essere consumate dalle tecnologie odierne, ma a imparare come usarle in maniera attiva e generativa”. Il cinema, dunque, assume potenzialmente un ruolo cruciale: un medium che veicoli messaggi etici e rifletta sui diritti delle minoranze, instaurando questo collegamento tra strumenti tecnologici e lotta sociale.

Shakedown, documentario sperimentale presentato alla Berlinale del 2018 e distribuito a marzo 2020 in streaming gratuito da Pornhub, ripercorre la storia di uno strip club lesbico di Los Angeles posseduto e gestito da donne nere all’inizio degli anni 2000, intervistando il proprietario e le ex-ballerine, oltre a una costellazione di personaggi che hanno fatto esperienza di quel luogo. Leilah Weinraub, regista ma anche artista concettuale e CEO di un piccolo brand di streetwear, realizza 60 minuti di ricordi, testimonianze, video di repertorio, balli seducenti e interviste commoventi con uno sguardo completamente scevro da ogni giudizio. Alle teste parlanti in cui la regista lascia spazio agli intervistati, come nel caso della leggendaria performer Egypt, si alternano altrettanti momenti non narrativi, di stampo musicale o visuale, come le esibizioni di strip o lo straziante momento in cui arriva la polizia a chiudere il locale, squarciando la festa con l’irruzione del panico.

La scelta di Pornhub (che per via del Coronavirus ha reso gratuita la sua versione Premium!) di distribuirlo è significativa: nessun film che non fosse per adulti era mai stato postato sulla piattaforma, quindi si tratta di un momento di grande rilevanza storica. Il coraggio di questa mossa non implica solamente una svolta contenutistica e un possibile allargamento di pubblico, ma anche un abbattimento degli schemi distributivi tradizionali che considererebbero come unica soluzione appropriata il circuito festivaliero o estremamente di nicchia; dove però non tutti hanno accesso. Al contrario, questa scelta comporta uno sfruttamento solido e consapevole delle possibilità di diffusione capillare e democratica concesse dal web. Per citare Preciado, un’iniziativa simile reiterata potrebbe portare la piattaforma a realizzare l’idea di “somateca”: in un luogo di corpi, di soggetti in carne e ossa agenti e produttivi quale è Pornhub, accanto alle performance pornografiche (professionali o amatoriali) prende forma e spazio la possibilità che quegli stessi corpi si raccontino e producano anche testimonianze e materiale d’archivio.

Federico Squillacioti