Stasera la XXVI edizione di Sguardi Altrove Film Festival terminerà, e scopriremo i vincitori di tutti i premi previsti. Noi abbiamo già decretato chi si aggiudicherà il concorso #FRAMEITALIA e non ve lo sveleremo prima di oggi alle 21.00. Per ingannare l’attesa, vogliamo consigliarvi i nostri film preferiti di questi giorni, che hanno attirato la nostra attenzione mentre bazzicavamo per le sale del festival.

Abbiamo quindi deciso di ridurre la scelta a tre, su cui fare all in: segnateveli e, se ve li siete persi, controllate se c’è già una data d’uscita prevista nelle nostre sale. Vale davvero la pena tenerli d’occhio.

Blue My Mind

Opera prima di Lisa Brühlmann, Blue my Mind è un coming of age allegorico, un racconto di formazione crudo che affonda le proprie radici in un cinema ibrido tra il fantasy e l’horror, il dramma e l’iperrealismo. Prendendo spunto dal cinema indipendente e underground, il film mischia Harmony Korine al più audace Gus Van Sant, segnando un esordio notevole.

Mia è una ragazza di quindici anni che si trasferisce con la sua famiglia nella periferia di Zurigo: entra in una nuova scuola, con nuovi compagni e nuovi professori; tutto è nuovo ai suoi occhi, anche la propria camera da letto. Durante questo periodo di cambiamenti, uno ancora più grande, imprevedibile e incontrollabile sta avvenendo nel suo corpo: Mia si sta trasformando in una sirena, ed è spaventoso. Come nel suo precedente cortometraggio Hylas An The Nymphs, la regista torna a mettere al centro del proorio discorso la metamorfosi del corpo femminile, mantenendone sempre un’interpretazione figurativa e una componente inquietante di matrice mitologica che elimina il fantastico.

Le premesse del film sono piuttosto ordinarie: un’adolescente deve inserirsi in un mondo nuovo mentre il suo corpo inizia a trasformarsi in qualcosa di misterioso che non vuole accettare, preferendo scappare dal problema attraverso le droghe, l’alcol e il sesso facile. Ma il modo con cui l’autrice racconta la psiche di una ragazza che non si riconosce più nelle cornici imposte dalla società e si sente (letteralmente) un pesce fuor d’acqua distanziano il film dai soliti coming of age. La scelta di un uso massiccio della camera a mano e di un approccio documentaristico sconfina nell’esplorazione dell’abietto, senza mai abusare dell’immagine fantastica, che esplode come una dolorosa eccedenza cutanea, un parto abietto, una trasformazione alchemica che in quell’orizzonte senza fine del mare non vuole farsi rinchiudere in nessuna categorizzazione.

La trasformazione di Mia è talmenre profonda che investe anche lo spettatoretrasformandolo in qualcosa di diverso da ciò che erava prima di entrare in sala.

Alla corte di Ruth – RGB

Diretto da Betsy West and Julie Cohen, Alla corte di Ruth (2018) è un documentario più unico che raro: Ruth Bader Ginsburg non solo è stata la seconda donna della storia a essere nominata giudice della Corte Suprema, ma è anche diventata un’icona della pop culture statunitense, alla stregua di Madonna e di Notorious BIG – tanto da essere soprannominata Notorius RBG. Una fama conquistata per via della sua influenza, ma soprattutto per le sue posizioni anticonformiste, perennemente in contrasto con le idee conservatrici degli uomini al potere. Il documentario assembla migliaia di frammenti del passato e del presente: interviste, racconti, testimonianze, materiale d’archivio sono solidamente montati per gettare luce sull’esperienza di vita di una paladina della giustizia.

Nonostante la statura mingherlina e il carattere timido e riservato, il temperamento del giudice Ginsburg ha permesso alle donne lavoratrici statunitensi di avvalersi dei medesimi diritti dei loro colleghi uomini già negli anni ’50, durante i pericolosi anni della Paura Rossa. È anche grazie alla sua dedizione se oggi il XIV emendamento appiana le disuguaglianze in termini di equità e parità di genere, soprattutto quelle fastidiose differenze salariali, stabilite sottobanco, in base al sesso. Sebbene sembri lontana ai più l’epoca in cui le donne avevano bisogno di lottare contro il gender gap nelle opportunità lavorative, oggi è evidente che il percorso è ancora lungo e bisogna continuare a battersi per distruggere una tradizione controversa e discriminatoria.

Infatti, è passato soltanto mezzo secolo da quando, giovane studentessa di legge ad Harvard, le fu chiesto perché pensasse di meritare un posto che sarebbe spettato ad un uomo (Una giusta causa, 2018). Oltre all’audacia e alla determinazione di “RBG”, la pellicola attribuisce rilevanza alla rivoluzionaria figura di suo marito Martin, avvocato fiscalista responsabile della cucina e del focolare domestico, capace di supportare e affiancare quella donna che stava facendo la Storia.

Almost Nothing – CERN: Experimental City

Riva La Rossa

ZimmerFrei è un collettivo di artisti fondato a Bologna alcuni anni fa. Per gli appassionati di contemporanea, è un nome certamente noto: attivi sin dagli anni 2000, Anna de Manincor, Anna Rispoli e Massimo Carozzi realizzano opere d’arte varie ed eterogenee, dalla performance alla fotografia, dalle installazioni, alla videoarte. Il docu-film Almost Nothing – CERN: Experimental City prosegue la ricognizione degli spazi urbani che ZimmerFrei porta avanti da anni, nel tentativo di studiarne carenze e ricchezze. L’identità plurale del collettivo ha portato gli artisti a scegliere il CERN come luogo simbolo di studio e di sperimentazione scientifica, un territorio fortemente connotato che dagli anni Cinquanta contribuisce allo sviluppo di una ricerca ambiziosa e sovra-generazionale.

Alice, Atlas e CMS, gli enormi acceleratori di particelle sepolti a centinaia di metri di profondità, pulsano come cuori vivi di quella fortezza scientifica che un po’ intimorisce e un po’ attrae. Corridoi infiniti, centinaia di porte di sicurezza e miliardi di cavi conduttori trionfano imperiosi tra le imponenti mura della scienza. Scansando il rischio di incappare in una serie di noiose interviste, la regia di de Manincor non si concentra sulle scoperte scientifiche, né tanto meno si dilunga sulle formulazioni fisico-matematiche che gli intervistati sono sul punto di argomentare: il documentario rivela immediatamente un interesse antropologico, incanalando la curiosità dello spettatore all’interno di cunicoli e stanzette in cui abitano scienziati bislacchi e ricercatori calmi e imperturbabili.

ZimmerFrei mette a fuoco i due mondi in cui la comunità del CERN vive e lavora e, anziché inquadrare chiese e monumenti, grattacieli e parchi, si diverte a raccontarla immersa nella modernità, nelle nuove cattedrali a due piani. Attorno alla citadelle orbitano più di diecimila persone, migliaia di essere umani che muovono la macchina della sperimentazione nucleare alla scoperta dell’origine dell’uomo e dell’universo. Quando si pensa alla scienza, spesso si citano le grandi scoperte come il bosone di Higgs, ma raramente si considera che il lavoro scientifico è corale e riesce anche grazie al lavoro di operai, impiegati, studenti e cuochi. È infatti sconsigliatissimo non frequentare la cafetteria: in quel limbo spazio-temporale si contribuisce umilmente a cambiare le regole del mondo, chiacchierando dietro un caffè. È tra i tavoli di quella mensa che sono nati il World Wide Web, il linguaggio HTML e Les Horribles Cernettes – il primo gruppo musicale apparso nella rete.

Il titolo del documentario di riferisce proprio alla quantità di dati e alla loro raccolta potenzialmente infinitaAlmost Nothing, quasi niente, è esattamente la gran parte dell’energia in cui siamo immersi: il vuoto. Interrogandosi sulla natura dell’universo, il documentario di ZimmerFrei svolge una ricerca nella ricerca, sollevando domande indipendentemente dalle risposte: ciò che conta è porsele

 

La redazione