Nella splendida cornice architettonica della sede veneziana della Fondazione Pinault, venerdì 7 e sabato 8 febbraio sono arrivati artisti e performer provenienti da tutto il mondo per animare la terza edizione di Set Up, il format ideato da Palazzo Grassi in collaborazione con Enrico Bettinello. L’evento veneziano regala una volta ogni due anni qualche ora intensissima di pura arte: da spazio museale in cui i confini netti tra opera e fruitore possono essere dissolti solo interiormente, Punta della Dogana si trasforma in un teatro trasversale e internazionale, in cui domina la partecipazione attiva del pubblico, chiamato ad avvolgere un susseguirsi di performance, gesti, musica e immagini.

Jacopo Brunello

A inaugurare la prima serata sono stati i Greener Grass, gruppo olandese che ci dà il benvenuto scandendo i nostri primi movimenti all’interno della sala con un picchiettio angelico di vibrafono. Le voci soffici delle artiste si alternano, intrecciandosi in una polifonia vocale delicatissima che dalla Laguna di Venezia ci trasporta al centro di un paesaggio incontaminato, come nel bel mezzo di un rito cultuale alla natura, o direttamente nella tana del Bianconiglio. Proseguendo verso la seconda sala, la serata si accende con una performance dalla potenza esplosiva. È infatti il turno dell’avant pop dei WOWAWIWA, progetto musicale di Alma Söderberg e Hendrik Willekens, danzatrice e coreografa lei, sound designer lui. Senza troppi orpelli attaccano subito con la performance, ed ecco che tutto ci sembra più chiaro: WOWAWIWA è un’onomatopea dell’essenza di tutto il progetto, di una ricerca artistica sul suono e non sul significato e di un amore viscerale che con il suono porta i due a giocare virtuosisticamente.

Jacopo Brunello

La coreografia sonora e vocale degli artisti dà forma a un linguaggio primordiale che affranca il pubblico dal bisogno oppressivo della ricerca di senso. Il suono forgia la pratica vocale dada, ancestrale e liberatoria di Alma Söderberg, che a sua volta crea beat potentissimi, fondendosi in un tutt’uno con la partitura di Hendrik. Come per magia, la voce si alimenta nel microfono, che attiva il riverbero filtrato del campionatore trasformando la voce in battiti, linee di basso e altri suoni. “WOO-WAAA-WIIII-WAAA” invita a ripetere la performer a un certo punto, e poi “Are you guys gonna DIDIDIDIDI? I know you DIDIDIDIDIDI!”. Il pubblico, divertito, sta al gioco, incapace di staccare gli occhi dagli artisti. Chi è rimasto seduto inizia a pentirsi poco dopo della propria scelta, cercando ogni modo possibile per sfogare l’irrefrenabile voglia di muoversi a ritmo.

La presenza sul palco di Alma è totalizzante e trascinante, e non solo per l’aspetto vocale: i movimenti, prima lenti e poi scattanti, prima elettrici e poi morbidi, e le espressioni facciali, che si fanno progressivamente sempre più folli e buffe, rendono il corpo della danzatrice un tramite che veicola l’energia del suono. E se il fascino della tecnica utilizzata dagli artisti basterebbe di per sé a catturarci anche a occhi chiusi, l’esperienza di fruire la performance a un passo da loro amplifica la forza di quello che sembra una sorta di rituale primitivo. Torniamo a respirare e plachiamo il sorriso che ci è rimasto stampato sul viso solo quando i performer si accasciano per terra e concludono il rituale o, per meglio dire, quando il suono finisce di servirsi di loro. 

Jacopo Brunello

Ancora carichi dell’energia dei WOWAWIWA, torniamo alla sala di prima, dove sta per cominciare la performance della coreografa Nora Chipaumire, originaria dello Zimbabwe e cittadina newyorkese. #PUNK ci travolge immediatamente con un groviglio di cruda espressività e carica emotiva. Il pubblico si riversa in pochissimo tempo vicino agli artisti, circondandoli e delimitando il loro spazio. La performance è ispirata alle forme di spoken-word poetiche e musicate di Patti Smith, ma il risultato non è proprio prevedibile come ci si potrebbe aspettare. I versi della Sacerdotessa del rock vengono ripresi e caricati di stereotipi corporei, visuali ed estetici sull’Africa, per poterli sfidare e utilizzare, esprimendo una forma di disincanto verso il futuro e il mondo moderno.

#PUNK è un susseguirsi di invettive corporee e verbali, di movimenti energici, arrabbiati e animaleschi. I performer dominano lo spazio, muovendosi sugli accordi calmi, distesi ma distorti della chitarra elettrica di un ragazzo bianco che, seduto poco distante e con un cappellino targato NY sulla testa, rafforza con la staticità del proprio ruolo il potere vibrante e la forza espressionista dei due performer: è qui che, in una sorta di sintesi, l’immaginario africano e quello newyorkese coesistono e si scontrano, assumendo ognuno la propria forma simbolica, da una parte quella di un potenziale sovversivo e controculturale, dall’altra quella di una modernità che per molti aspetti ancora desta indignazione.

Jacopo Brunello

La serata prosegue veloce, sono le 22:45 ed è il momento del duo di Dresda Ätna, Inéz Schäfer e Demian Kappenstein. Il loro approccio è marcatamente avanguardistico, servendosi di elementi diversi che alla musica integrano moda, design e visual. Salgono sul palco avvolti da una luce bianchissima e indossano entrambi un completo monocromatico bianco. Il loro sound conquista completamente lo spazio e l’attenzione del pubblico, e rimarrà così fino alla fine del live. Sono uno di fronte all’altro e ci fanno sentire subito testimoni di un dialogo importante; un dialogo instaurato attraverso un linguaggio minimalista elettrico e acustico, pulsante e dinamico, che sembra rifarsi alla migliore scena ambient ed electropop internazionale.

A rendere più viva la sensazione di assistere a un discorso fra i due è l’uso purista e allo stesso tempo filtrato della tastiera, ma anche la voce eterea di Inéz e i beat di Damien, che vengono miscelati reciprocamente e in diretta tramite effetti analogici, loop e riverberi dei synth e pad che affiancano gli strumenti. Durante il live ci sentiamo pervasi da una strana ed eccezionale dicotomia, un senso di fascinazione costringente che da una parte deriva dalla qualità tecnica molto strutturata e controllata, dall’altra da un senso di liberazione provocato dal risultato di quella stessa struttura, che trasmette al contrario energia e assenza di controllo.

Jacopo Brunello

La prima sera di Set Up si conclude con due dj set, quello di Awesome Tapes From Africa (USA) e poi quello di Kelly Lee Owens (UK). Il primo è firmato dall’omonima etichetta discografica americana, nota per essere specializzata nella distribuzione a livello mondiale su audiocassette di artisti provenienti da tutta l’Africa. Il live set replica il format Boiler Room e vede Brian Shimkovitz al centro della stanza circondato dal pubblico, che si lascia trascinare dai mash-up di funk ritmato e dal sound tribale, tutto rigorosamente suonato con il solo uso di nastri. Dopo una seconda sosta al bar, ci spostiamo nella stanza accanto per la restante ora di divertimento. Alla console la dj e producer Kelly Lee Owens, che fa ballare tutti fino alle 2:00 del mattino con un set di pura elettronica.

Se il fil rouge tra le performance della prima sera era una celebrazione ed esaltazione di un’estetica ancestrale e primitiva, espressa da ciascun artista con modalità e intenti diversi, la seconda sera di Set Up ha invece puntato su una vastissima eterogeneità di influenze e commistioni culturali, optando per una trasversalità artistica molto marcata. Apre le danze Tom Tokyo, progetto del sassofonista sperimentale italiano Marco Scipione, affiancato dal musicista e cantante Simone Giorgi. Il duo esplora indagini sonore poli-strumentali, con un uso magistrale di effetti che modificano in diretta il suono prodotto dal sassofono, vero protagonista dell’esibizione e dello sperimentalismo dell’intero progetto, mentre interventi minimali di chitarra elettrica e un cantato pop amplificano l’atmosfera nostalgica.

Jacopo Brunello

La serata entra nel vivo con Bermuda, performance presentata di recente alla Triennale di Milano e con cui Michele di Stefano ha vinto il Premio Ubu 2019. Riprendendo in parte il mood ritualistico della prima sera, la coreografia è un trionfo ritmato di colori, grafici astratti e intriganti geometrie, che se nei primi minuti richiede una certa concentrazione per abituarsi all’ossessività di quell’illusoria casualità di movimenti, poco dopo ipnotizza e trascina il pubblico in un loop leggero e fiabesco, un vortice di energia al quale rimanda ironicamente il nome stesso della performance. Qui l’oggetto della ritualità sembra essere il concetto dell’incontro e la causticità del caso: sottratto alla prevedibilità e sempre aperto a nuovi ingressi, proprio come accade in scena con il susseguirsi vorticoso dei danzatori.

Jacopo Brunello

Il livello della serata fino a questo momento era già altissimo, ma un picco ancora più alto arriva con, Moor Mother, creazione dell’attivista, poetessa, performer e musicista di Philadelphia Camae Ayewa. La performer alterna pulsioni a sound hardcore e distorti, rap, industrial e noise, scagliando sul pubblico poesie punk distopiche piene di interrogativi crudi e irrorati da esperienze personali, riferimenti biblici e immagini alienanti. Infrangendo fisicamente, attraverso espressioni catartiche di rabbia e dolore, qualsiasi tipo di barriera con il pubblico, Moor Mother tiene in pugno le reazioni del pubblico, scegliendo quando paralizzarlo e incutere una soggezione quasi reverenziale – attraverso sguardi penetranti e carichi di significato -, e quando invece distendere la tensione generale creando momenti di euforia a colpi di hip-hop.

Si sta avvicinando la fine della serata, quando arriva l’artista più inaspettato di tutti: agghindato come di consueto di kefiah a quadretti sulla testa e occhiali da sole scuri, ecco salire sul palco il cantante siriano Omar Souleyman. Alle prime note del suo tastierista inizia a recitare il gioioso pianto dabka in versione elettronica. Il live fa esplodere una festa e quel ritmo elettronco-mediorientale dà il via a mossette e a balletti arrabeggianti davvero molto fantasiosi. Il clima di festa rimane in tema orientale anche con l’ultima artista, la dj palestinese Sama’ Abdulhadi, che chiude Set Up 2020 con un potentissimo live set techno, ricordandoci che i vari ostacoli sociali, geografici, politici e di genere si possono affrontare anche a colpi di cassa.

Set Up è un evento culturale capace di portare nuovi stimoli nel contesto italiano e, soprattutto, di restituire a Venezia una posizione forte nella scena artistica e performativa contemporanea internazionale. Una posizione che per essere significativa ha bisogno di andare oltre agli spazi espostivi della Biennale, entrando nella vita reale e quotidiana di una città da sempre prigioniera di quella stessa bellezza che la rende straordinaria. La funzione di Set Up è dunque quanto mai necessaria e non vediamo già l’ora della prossima edizione del 2022. Intanto ci accontenteremo di assaporare il retrogusto lasciato da questi due giorni, che siamo certi durerà ancora per un po’ nei racconti e nei ricordi di chi c’era.

Valeria Bruzzi