Voto

8

Otto anni dopo Un gelido inverno (2010) Debra Granik torna a esplorare l’America rurale, accompagnata anche questa volta dalla sceneggiatrice Anne Rossellini. Un film che indaga la terra degli ultimi e degli emarginati, un luogo lontano dalle spiagge della California o dalle scintillanti luci di Times Square.

Ispirato ai tre anni di interviste a reduci di guerra confluite nel documentario Stray Dog (2014), Senza lasciare traccia è un dramma sobrio che si avvale di un messa in scena asciutta e di stampo documentaristico. Ogni giudizio morale è sospeso: Granik racconta la storia di un padre (Ben Foster) e di una figlia (Thomasin McKenzie) in fuga dalla civiltà mantenendosi sempre a debita distanza, per lasciare i personaggi liberi di esprimere i propri valori e le proprie idee. Ciò che importa alla regia è delineare gli ambienti in cui si muovono i protagonisti, che siano la foresta, la metropoli o le comunità in cui si rifugia chi ha perso tutto per caso o per scelta; e ci riesce attraverso la scelta di privilegiare i campi lunghi, in cui i personaggi si perdono mimetizzandosi, e un’attenta costruzione del sound design, che fa da contrappunto sonoro alle immagini potenziandone l’immersività.

Granik restituisce con spontaneità il quadro problematico vissuto dai reduci statunitensi – una delle categorie più economicamente a rischio in America –, mentre sotto traccia prende forma un racconto metaforico che rimanda a un’America costretta a convivere con i traumi del proprio passato, che vorrebbe solo dimenticare e rinchiudersi in se stessa ma che non può fare a meno di sperare:  se è assurdo pensare che il passato e i suoi fantasmi possano svanire senza lasciare traccia, metabolizzarli diventa necessario per avere anche solo una chance di andare avanti.

Francesco Cirica

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