Voto

7.5

Agostino Ferrente porta in sala una storia che altrimenti rischierebbe di scomparire. Nel 2014 nel rione Traiano di Napoli Davide Bifolco, un ragazzo di sedici anni, viene scambiato per un latitante e viene ucciso dalla pallottola di un carabiniere mentre è in motorino con altri due ragazzi. L’evento lascia il quartiere in un silenzio tombale. Nel 2017 Ferrente si reca nel rione Traiano per scoprire gli effetti che un evento come quello ha provocato sui ragazzi che vi abitano. Smarcandosi da tutte le polemiche sollevate dall’accaduto e da un approccio istituzionale, il regista rifugge l’indagine e cerca invece la storia di quello che è il quartiere oggi, lasciando che siano direttamente Alessandro e Pietro a raccontarla in videoselfie.

I ragazzi accettano la proposta e si fanno portavoce del rione, riprendendosi da soli con un cellulare per raccontare in presa diretta il proprio quotidiano e l’amicizia che li lega. Aiutati dalla guida costante del regista, i due interpretano se stessi, guardandosi nel display del cellulare come fosse uno specchio in cui rivedere la propria vita da una prospettiva esterna, “altra”. Sono amici fraterni, diversi e complementari, abitano a pochi metri distanza uno di fronte all’altro, separati da Viale Traiano, proprio dove Davide fu ucciso. Pietro è un aspirante barbiere, mentre Alessandro lavora in un bar. Entrambi hanno sedici anni e come Davide non hanno alcun problema con la giustizia, cercano solo di guadagnarsi la vita con la fatica, non con la camorra.

Collocato nel genere del documentario, Selfie adotta uno sguardo talmente personale, intimo e originale da andare oltre il singolo fatto di cronaca nera da cui è nato il soggetto: Ferrente porta sullo schermo una storia in presa diretta, pura e spontanea, a tratti persino impacciata, lontana da qualsiasi pretesa sociologica o antropologica, che si enuncia come uno spaccato autentico e personale. Il filtro tra l’oggetto dell’indagine e l’indagatore viene annullato: al racconto in video selfie vengono accostate esclusivamente alcune immagini gelide delle telecamere di sicurezza, metafora dell’indifferenza che avvolge e annienta quella realtà. Ne risulta un quadro apparentemente immutabile e senza futuro, popolata da ragazzi in motorino che diventano potenziali bersagli di un mondo dove la criminalità non è una scelta ma un destino che ti piomba addosso appena nasci.

Anna Pennella