Voto

6

Primo esperimento in lingua inglese del norvegese Joachim Trier, Segreti di famiglia dispone di un cast stellare: Isabelle Huppert, Gabriel Byrne e Jesse Eisenberg regalano interpretazioni di un’intensità toccante. Nonostante le allettanti premesse, però, la coesione tra sceneggiatura e regia viene spesso a mancare, compromettendo un lavoro dal grandissimo potenziale.

Montaggio e fotografia (Olivier Bugge Coutté e Jakob Ihre) rendono in modo sorprendente la psiche di ogni personaggio: ricordi, sensazioni e distorsioni mentali prendono forma attraverso accelerazioni, slow motion e stop motion e riproducono frammenti di (ir)realtà. L’aspetto più interessante di Segreti di famiglia, infatti, è il tentativo di ricostruire pezzo per pezzo l’idea di un nucleo familiare fragile, dove la verità viene alterata dalle esperienze personali e da legami morbosi, assenti o compromessi: la risultante di queste prospettive differenti che si intrecciano, contrastano e affascinano è l’inconoscibilità, una suggestione di precario equilibrio e di continua frattura.

Se tutto funziona sul piano tecnico, è l’inconsistenza della trama a remare contro la buona riuscita del film: la banalizzazione delle relazioni adolescenziali, del rapporto padre-figlio e delle conseguenze post-traumatiche dovute a una perdita eclissano in parte l’atmosfera nostalgica e dolorosa così accuratamente ricreata dalle soluzioni registiche.

Anna Magistrelli