Voto

7

Con il passare degli anni le tecnologie digitali hanno permesso alle nuove generazioni di cineasti di creare opere dignitose senza avere a disposizione grandi budget. Ed è questo il caso del regista indo-americano Aneesh Chaganty, ora in sala col suo primo lungometraggio: Searching.

Film a cavallo tra crime thriller, Searching convince per l’uso sapiente di quei mezzi di comunicazione che sono per noi di uso normale ogni giorno, cogliendone gli aspetti positivi. La ricerca di una ragazza scomparsa da parte del padre David (John Cho) diventa infatti un pretesto per dimostrare il ruolo senza precedenti che rivestono oggi le piattaforme social in un’indagine di polizia. Pensate solo a come sarebbe potuto andare il caso Amanda Knox se ci fosse già stato Facebook.

L’espediente, coinvolgente e dinamico, è quello di narrare l’intera vicenda attraverso uno schermo digitale, di uno smartphone o di un computer; proprio come avevano fatto ormai cinque anni fa i registi del cortometraggio sperimentale Noah. È proprio attraverso dati raccolti dai social network e immagazzinati nel computer della figlia che David risale ai suoi ultimi movimenti, convinto di riuscire così a trovarla.  

John Cho regge tutto lo spirito positivo del film, che finalmente mette in luce quanto il progresso tecnologico sia uno strumento di fondamentale utilità per la nostra vita, uscendo da quella retorica spicciola e ormai superata che vede nel digitale solo il male assoluto, persino la rovina della nostra società.

Mattia Migliarino

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