Voto

5

Se la strada potesse parlare è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di James Baldwin, intellettuale di riferimento della società afroamericana del secolo scorso. Il regista di Moonlight affonda (di nuovo) nel miele la sua storia d’amore, insiste sulle sofferenze che la rendono impossibile e finisce col rendere l’intera storia tremendamente vuoto. In un quartiere di Harlem, Tish (Kiki Layne) e Fonny (Stephan James) sono felicemente innamorati, ma Fonny viene accusato da un poliziotto bianco per un crimine che non ha commesso e, in seguito, incarcerato, mentre Tish scopre di essere incinta.

La parola di un nero ha ben poca risonanza rispetto a quella di un bianco nella Harlem degli anni Settanta, ma la ragazza farà comunque di tutto perché la verità venga a galla e porterà avanti la gravidanza con l’aiuto della sua famiglia. Jenkins gioca con i colori e le luci, dipingendo immagini che oscillano fra il neon della sala da visita del carcere, la penombra della casa di Fonny, l’arancione soffuso dei loro amplessi amorosi, il grigio della città e il giallo della metropolitana; ma l’effetto è quello di un patinato senza vita. Il lirismo visivo e un funzionale uso dei primi piani, gli unici che riescono a catturare emotivamente lo spettatore, si affiancano a un racconto dall’anima frammentata. Pezzi che non si incontrano mai: uno impregnato da tematiche di conflitto sociale e razzismo verso la comunità nera, di cui il film vuole farsi portavoce e stimolo di riflessione, l’altro incentrato sulla storia d’amore, narrata attraverso i continui flashback di Tish, che interrompono bruscamente il fluire del film.

Fosca Raia