Fondata nel 1954 dallo scrittore di fantascienza statunitense L. Ron Hubbard, la Chiesa di Scientology si è espansa anche oltreoceano, raccogliendo fedeli in tutto il mondo. Il numero però, è imprecisato: le fonti ufficiali del movimento hanno in passato dichiarato che Scientology conta circa 8 milioni di membri, altre stime riportano una cifra molto più bassa, che andrebbe dai cinquanta ai cinquecento mila. Solo in Italia, si passa da un numero approssimativo di dieci a cinquantamila fedeli, fino a trecentomila, secondo le dichiarazioni Scientology. Questo è solo uno dei segnali per capire quanto il movimento sia una realtà che rimane misteriosa e poco conosciuta, specialmente per l’atteggiamento degli stessi fedeli, che sono poco inclini a rivelare i dettagli del loro credo a chi non fa parte della Chiesa, e tengono alla larga chi decida di abbandonarla. “Disconnessi” è il termine utilizzato da Scientology per indicare chi si è allontanato dall’organizzazione e con cui la comunità ha reciso i contatti.

Dalle testimonianze di alcuni “disconessi”, tra cui volti noti del mondo dello spettacolo, come il regista Paul Haggis e l’attore Jason Beghe, prende le mosse il docufilm Going Clear – Scientology e la prigione della fede (disponibile su Netflix), realizzato dall’ormai affermato regista-documentarista Alex Gibney. Attraverso una valanga di materiale, tra interviste, filmati e qualche scena di finzione girata appositamente, Gibney cerca, nella maniera più diretta e lucida possibile, di spiegare cosa sia Scientology, e perché possa diventare pericolosa. Il documentario prosegue per punti, che si sviluppano su elementi e parole-chiave fondamentali per la dottrina di Scientology e che ruotano tutti attorno al concetto espresso dal titolo: essere clear. Nell’accezione di Scientology equivale a liberarsi da tutto ciò che nella vita ti impedisce di realizzare appieno il tuo potenziale. Ma la domanda che viene posta è: a quale prezzo?

Il film si dichiara apertamente come una denuncia contro gli abusi di Scientology. Ma si propone di indagare allo stesso tempo anche un’altra faccia del movimento, individuando cosa rende attraente l’organizzazione agli occhi esterni. Scientology adopera innanzitutto un’attenta propaganda: il movimento viene “pubblicizzato” dai suoi fedeli di spicco, persone famose e potenti, dall’attore-simbolo del movimento Tom Cruise a colui che, dopo Hubbard, si è posto a capo del movimento, David Miscavige. Queste sono figure simboliche, seppur tra loro molto diverse, di uomini realizzati e sicuri di sé. Se ogni forma di culto o filosofia di vita, indipendentemente dai dogmi che riserva ai propri seguaci, ha come effetto, intenzionale o non, quello di fornire gli strumenti per migliorare la vita del fedele o di permettergli una via per la salvezza futura, Scientology fa un passo oltre: fin dal primo impatto si propone come qualcosa di molto concreto, che può immediatamente semplificare la vita.

Ecco una possibile spiegazione del perché tanti personaggi dello spettacolo, giovani ambiziosi, si sono uniti alle fila di Scientology: la Chiesa aiuta a liberarsi dai fardelli e dai dubbi e permette di realizzare i propri sogni (solo in un secondo momento, dopo essere entrato a pieno regime nell’organizzazione, vengono forniti testi e materiale per comprendere meglio la dottrina e propria). È anche per questo che si rimane ancor più sconcertati di fronte al lato oscuro che il film racconta: violenze, sia morali che fisiche, compresi anche lunghi periodi di detenzione, vengono perpetrate ai danni dei membri della Chiesa.

Le interviste che lo dichiarano sono numerose, rilasciate da ex scientologisti, uomini e donne che occupavano posti ai vertici dell’organizzazione e poi accusati di negligenza o tradimento. Ma l’inchiesta non si ferma qui, e prosegue descrivendo come Scientology avrebbe messo in pratica una vera e propria attività di spionaggio per smantellare sul nascere qualsiasi tipo di attacco da parte di governi e potenze mediatiche, sulla base della filosofia “attack the attacker” del suo fondatore. “Chiunque critichi Scientology è un fair game”: sulla base di questa affermazione, ogni azione diventa lecita per difendere la Chiesa, persino infiltrarsi negli uffici di un dipartimento di giustizia o dell’agenzia delle tasse per sottrarre documenti.

Una vera e propria politica del controllo, attuata a partire dai membri, per propagarsi poi anche all’esterno. Il film racconta come la fede di Scientology sia l’equivalente di una prigione dalle sbarre dorate: dietro un apparente splendore, si nasconde una negazione delle libertà fondamentali dell’uomo, in primis quella di pensiero. Il lavoro di Alex Gibney non è l’unico a indagare dall’interno questo tipo di realtà. Gli esempi sono diversissimi, tra i più famosi degli ultimi anni si possono citare C’era una volta… a Hollywood (2019) di Quentin Tarantino, che spiana la strada ad altri film sulla Manson Family, come Charlie Says (2019), o ancora la recentissima Wild Wild Country (2020), serie tv sul culto di Osho che ha riscosso un notevole successo. In un mondo saturo di materiale su sette stereotipate, che vedono quattro invasati venire raggirati dal primo guru di turno con un minimo di personalità, vi sono molte opere che mostrano invece come questi culti non siano minimamente comparabili tra loro. Hanno un’identità propria, una struttura e una “fede” di base radicata, che può assumere forme molto diverse ma tutte pericolosamente determinanti per la vita di una persona che entra a farne parte.

Giulia Crippa