Nell’agenda politica e nel sentire comune, oggi più di prima, è comune imbattersi in dichiarazioni circa la convivenza, la reciproca accettazione e l’accoglienza del diverso. All’indomani di un ritorno di pulsioni e sentimenti che dimenticano la Storia e relegano a qualche cassetto dell’oblio un fatto tutt’altro che circoscritto, l’orrore della Shoah torna prepotentemente a ferire la memoria, come un atto di dolore pulsante che non accenna a guarire. Le numerose testimonianze letterarie, politiche e cinematografiche, come Schindelr’s List, la pluripremiata pellicola di Steven Spielberg che quest’anno compie 25 anni, reiterano lucidamente la verità storiografica, intervenendo sulla possibilità di scuotere le coscienze. Ispirato al romanzo La lista di Schindler (1982) di Thomas Keneally, la sceneggiatura di Spielberg ripercorre la carriera di Oskar Schindler, un imprenditore tedesco che, sul finire della Seconda guerra mondiale, salvò dalla brutale ferocia di uno sterminio programmato migliaia di persone di religione ebraica.  

Non possono considerarsi esauriti gli interrogativi posti dall’Olocausto, tant’è che la proposta di nuove pellicole sull’argomento (Il figlio di Saul, 2015) induce la critica e lo spettatore a interrogarsi sulle ragioni che spinsero tanta gente comune a tacere o, al contrario, a salvare, come Oskar Schindler, vite umane. L’attualità del gesto di Schindler reca con sé numerose riflessioni, foriere spesso di una divisione semplicistica tra bene e male che è tuttavia ben lontane dall’ottica manichea schivata dal film.

Oltre a documentare i fatti storici, la pellicola offre un immaginario rievocativo che non perde lucidità, neanche a distanza di anni. La scelta estetica delle riprese in bianco e nero sottolinea l’afflato documentaristico dell’iniziativa cinematografica e affida al colore la potenza di pochissime scene: l’apertura, la chiusura e il simbolico cappottino rosso della bambina orfana strutturano ad anello la storia della famiglia ebraica protagonista, una tra le tante lacerate e percosse da un’isteria banale e terribile.

La produzione di Schindler’s List si nutre di una tradizione letteraria – esemplificativa quella di Primo Levi – che in verità è di gran lunga anteriore rispetto alla tragedia avvenuta nel secolo scorso e che si rifà piuttosto alla teologia antica della religione ebraica, ancora largamente discussa. Uno dei libri più affascinanti e misteriosi della Tanakh, la Bibbia ebraica, è quello di Giobbe, il giusto per eccellenza che in vita fu vessato dalle peggiori punizioni. La dannazione del popolo ebraico e la loro costante oppressione è stata più volte considerata e interpretata alla luce delle disgrazie inferte al profeta, che fu privato della famiglia, degli affetti e delle ricchezze in nome della fede in Dio. Giobbe, però, non cadrà mai nella tentazione di maledire il Creatore, interrogandosi piuttosto sul motivo della sua sofferenza senza tuttavia trovare mai risposte. Se, stando alla scrittura biblica, Dio si ergerà sopra i turbini della tempesta, pronunciando la nota dichiarazione «Quando ponevo le fondamenta della terra, tu dov’eri?» (The Tree of Life, 2011), in Schindler’s List Dio non c’è o, peggio, c’è ma non si impone. Ciò che resta, è quello che non si comprende, che non si è capito e che oggi ritorna prepotentemente sotto mentite spoglie nella nostra quotidianità politica, sociale ed emotiva. 

Agnese Lovecchio