Voto

8.5

Cile, 11 settembre 1973. Le forze armate dello Stato bombardano il Palacio de La Moneda, dove perde la vita Salvator Allende, il Presidente della Repubblica democraticamente eletto alle votazioni del 1970. Il colpo di stato rovescia il governo e consegna il potere a una giunta guidata da Augusto Pinochet, che instaura un regime dittatoriale terminato solo l’11 marzo 1990.

Una serie fittissima di interviste, quasi esclusivamente teste parlanti, restituisce un quadro politico e storico, filtrato da una modalità narrativa marcatamente umana, dei giorni appena successivi al golpe: una storia agghiacciante e ben nota, fatta di campi di concentramento, torture, interrogatori estenuanti, violenze, stupri e desaparecidos. Alcune strozzate dal pianto e soffocate dalla commozione, altre rinvigorite dalla consapevolezza di aver agito per il bene dell’intera comunità, irrobustite dall’afflato della rivoluzione, risanate dal tempo che allenta il dolore e rafforza l’anima, altre ancora sbiadite dalla vergogna, azzoppate da un vigliacco slancio giustificatorio: queste voci si fanno carico di una polifonia umana tragica, disperata.

A spezzare il ritmo serratissimo qualche immagine o video d’archivio, un contorno che si limita ad accennare, rievocandolo, il clima di fibrillazione in cui verteva il Cile del 1973, per poi farsi da parte e lasciare che emerga il cuore pulsante del film. Santiago, Italia – programmatico fin dal titolo – non è un documentario storico sul Cile: non entra nel merito del golpe cileno, non ambisce a ricostruirlo da un punto di vista storico né a indagarne le controverse dinamiche.

“Io non sono imparziale”, irrompe circa a metà film Nanni Moretti, come se non fosse già chiaro dalle interviste precedenti, come se fosse necessario ribadire quella che dovrebbe invece essere un’ovvietà, anzi, una necessità: un cinema politicamente schierato, che assume una posizione e si fa dichiaratamente voce del suo autore. Onesto, schietto e sincero, Moretti si affida a un montaggio rigoroso e significante, che nell’accostare i discorsi li lega, li confronta, li fa scontrare e poi riappacificare, unendoli infine all’interno di un flusso comunicativo compatto e coerente, che dichiaratamente arriva dove vuole lui.

“Scappavamo, come scappano oggi dall’Africa”, “Io sono un rifugiato, sono stato accolto, mi hanno permesso di integrarmi”: frasi che rimbombano nella testa dello spettatore, sbattono contro le pareti del cranio e fanno male, malissimo. Le persone sullo schermo parlano di un’Italia solidale e capace di accogliere, un’Italia che è esistita davvero, non un’Italia agognata nei sogni o immaginata in un’utopia. La sensazione con cui si chiude Santiago, Italia, è quella di una mancanza lacerante: come di qualcosa che c’era, che adesso non c’è più e che è difficile persino immaginare.

Benedetta Pini