Voto

6.5

Il sangue Sami è diverso da quello svedese, è il sangue lappone di serie B, degli emarginati e derisi da chi si sente superiore. Sami Blood pone l’accento sulla storia di un conflitto etnico poco noto e raramente raccontato, e prova a tenersi a galla mentre nuota nella marea di film dello stesso genere.

Una Sami (come la protagonista Elle-Marja) non è considerata al pari dei “veri svedesi” dal sangue incontaminato e dalla costituzione robusta e coriacea, figli dello stereotipo e di una presunta selezione naturale, in realtà deviata follia umana. L’emarginazione ha varie forme e vari attori. Ma non si tratta di un elogio al vittimismo, né di una focalizzazione mogia e triste su quanto sia difficile vivere in tali circostanze: Sami Blood è un film di sguardi fugaci, di sguardi crudeli di chi parla alle spalle.

Per quanto scorra senza intoppi e le protagoniste (sorelle nel film e nella vita) siano ottime interpreti di una parte mai semplice, non di rado il film punta sull’effetto forte degli insulti razziali e delle violenze, che rischiano sempre di scivolare nello stereotipo: i giovani bulli che si accaniscono su Elle Marja e la feriscono esclamano poi “che schifo avere il suo odore fastidioso addosso” , come se alla scena, già d’impatto a livello visivo, servisse un elemento finale, scontato e prevedibile, per renderla veramente memorabile, ottenendo invece l’effetto opposto.

Interessante invece il progredire della storia d’amore tra la protagonista e il giovane svedese di buona famiglia Niklas, che diviene per Elle Marja il mezzo concreto per cercare di ottenere una nuova vita. Toccante il momento in cui, alla festa di compleanno del ragazzo, le viene chiesto di intonare il tipico canto rituale Sami, come se di fronte agli invitati ci fosse una pagina vivente del libro di antropologia usato in classe. 

La scorrevolezza e la tematica poco conosciuta rendono la pellicola un manifesto di protesta e una lucida analisi di una realtà inaccettabile, specialmente in un Paese come la Svezia, spesso visto dall’esterno come uno stato perfetto, con usanze e tradizioni antichissime eppure così progressista. Un’immagine di “isola felice” spesso data per scontata quando si parla di questa nazione, ma che sarebbe da rivedere.

Federico Squillacioti