Al Festival di Cannes del 2016 veniva presentato La pazza gioia di Paolo Virzì, un film su un tema ancora oggi molto dibattuto, oggetto di discriminazioni, letture deformate, errate, minimizzanti o semplicistiche. La storia narrata è quella di due donne che, per motivi diversi, si trovano, si conoscono e si legano all’interno di una comunità per persone affette da disturbi mentali.

L’ambientazione sembra rimandare a un luogo sereno immerso nelle campagna toscana, dove si respira un’aria artificiosa di appagamento e di gioia. Una sensazione che le due donne non riescono tuttavia a vivere per davvero, soffocate da dinamiche intrise di limiti e pregiudizi. Da qui, la necessità di scappare, anche solo per poco tempo, da quel luogo, ma non per tornare alla vita precedente. Una vita che per Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi) significa lussi, feste e horror vacui, e per Donatella (Micaela Ramazzotti) un rapporto doloroso e sofferto col figlio. In questa fuga le due protagoniste sembrano trovare finalmente l’opportunità di sentirsi comprese, di essere ascoltate, di provare emozioni che non siano indotte, di intrattenere relazioni alla pari.

In Italia, con la legge Franco Basaglia (o Legge 180) del 1978, fu decretata la chiusura dei manicomi, smantellandone il sistema retrostante, retto su rapporti umani malsani e abusi di potere. Per quanto non priva di punti discutibili, la legge Basaglia pose al centro l’esigenza di instaurare rapporti umani, di ascolto e di fiducia tra personale medico e pazienti. A dimostrarlo fu anche l’opera Marco Cavallo realizzata nel 1973 all’interno dell’Ospedale Psichiatrico di Trieste da un’idea di Giuseppe Dell’AcquaDino BasagliaVittorio Basaglia e Giuliano Scabia – una delle personalità più importanti del Nuovo Teatro Italiano.

L’opera collettiva fu realizzata dai pazienti durante i laboratori artistici tenuti all’interno della struttura proprio da Franco Basaglia – allora direttore del manicomio – e aveva lo scopo di custodire idealmente tutti i desideri e i sogni dei ricoverati, portando all’esterno dell’istituto un simbolo rappresentativo dell’umanità allora nascosta e misconosciuta all’interno dei manicomi. Come si legge nel libro Marco Cavallo. Da un ospedale psichiatrico la vera storia che ha cambiato il modo di essere del teatro e della cura, l’opera divenne così un’icona della lotta etica, sociale, medica e politica portata avanti in quegli anni e che poi avrebbe portato alla legge del 1978. E fu anche un simbolo per i pazienti delle loro istanze di libertà, riconoscimento e dignità, fino ad allora negate. Da allora, Marco Cavallo fu esibito in tutto il mondo per sensibilizzare l’opinione pubblica e il mondo politico sulle questioni relative alla salute mentale e alle condizioni degli ospedali psichiatrici giudiziari.

Sara Suozzo