La sua fama lo precede: Salò o le 120 giornate di Sodoma non è uno di quei film a cui ci si può approcciare con spensieratezza, e non è neanche uno di quei film a cui ci si può avvicinare in solitudine. Non tanto perché per tollerarlo occorra una spalla amica su cui piangere, ma soprattutto perché – mentre scorrono gli infiniti, asettici titoli di testa con tanto di bibliografia ragionata – si sentono risuonare nella propria testa molte voci, sia ammirate che disgustate che, con poche parole dotate di diverse sfumature di sconcerto, comunicano l’inenarrabilità di questo film temibile.

Tutto questo accade ancora a ben quarant’anni dalla morte del suo autore, Pier Paolo Pasolini, scienziato dell’oltraggio al pudore. Come si può arrivare a Salò – ricomparso nelle sale italiane, a partire dal 2 novembre, in versione restaurata – con la speranza di farsi un proprio pensiero, anche tremulo e inadeguato? Bisogna rassegnarsi a vederlo (o a non vederlo) così come si è, con la propria ignoranza, con la propria superficialità, con la propria influenzabilità: pruderie, diffidenza o, magari, persino indifferenza.

c5_Salo120GiornateSodoma_stills_12_0C’è, infatti, anche la possibilità di porsi di fronte a Salò non solo rifiutando di farsene annichilire, ma addirittura interpretandolo come una sfida, un percorso iniziatico per il proprio “pelo sullo stomaco”. L’attraversamento dei tre gironi portati in scena da Pasolini (delle Manie, della Merda e del Sangue) può diventare, agli occhi di uno spettatore in vena di smargiassate, l’occasione per fare una bella cavalcata vestendo i panni del Cavaliere Nero, che solca la cittadella in fiamme per assistere a stupri e sgozzamenti: la sua bocca è stirata come una stringa e la faccia è indurita in una maschera impassibile e compiaciuta della propria impassibilità. Di qui ad assomigliare al Presidente (Aldo Valletti) – che, assieme ad altri tre rappresentanti del Potere, si bea dell’agonia delle vittime con inespressività raggelante – il passo è breve.

Probabilmente la scelta di guardare Salò come se fosse un horror è, tra tutti gli atteggiamenti possibili nell’affrontarlo, quello che avrebbe più spaventato Pasolini, avversario storico dell’insensibilità che deriva dall’assuefazione al Brutto.

Le riflessioni sull’arbitrarietà pervertente del Potere si trovano in film di ogni genere, ma quasi sempre registi e sceneggiatori – a differenza di Pasolini – lasciano aperto uno spiraglio che dà ai loro personaggi la possibilità di ribellarsi a quell’autorità impone la propria corruzione, creando un nuovo mondo meno malato. 

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Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah, uscito sei anni prima di Salò, presenta una versione messicana, ambientata nel 1913, del regno dell’orrore che i Quattro Potenti di Pasolini instaurano invece in una villa del Nord Italia, tra il 1944 e il 1945. Il bisunto e cinghialesco Generale Mapache (Emilio Fernández) sposta la sua ributtante corte in un fortino, in cui la quotidianità è costituita da catalessi alcolica e prostituzione comunitaria. I quattro superstiti della gang del Mucchio Selvaggio si lasciano assorbire per qualche giorno dal viscoso fascino dell’onnipotenza, rappresentato da donne asservite e rhum a fiumi, ma presto si ridestano e – preda dello schifo per se stessi e per tutto quello che li circonda – fanno un massacro che spazza via sia le vittime che gli aguzzini.

In Salò questo non succede. I sussulti di dignità sono repressi orribilmente e si fanno sempre più rari, tanto che il piano dei Quattro Potenti trova la sua perfetta attuazione: le vittime sono ormai educate alla delazione e indotte a considerarsi come accessori del piacere dei loro padroni. Nell’ottica di Pasolini, se non erano colpevoli all’inizio, lo diventano alla fine.

La “disgrazia” suprema dello spettatore di Salò è di assistere a questo terribile spettacolo senza che nessuna forza esterna lo abbia privato del suo libero arbitrio. Può scegliere in partenza di essere un mostro decidendo di restare imperturbabile, o può diventarlo accorgendosi a tratti di condividere, inaspettatamente, l’eccitazione dei carnefici. Può fuggire al film e biasimare la presunta malattia di Pasolini, oppure restare al proprio posto chiedendosi intimamente quanto ancora potrà sopportare. Qualsiasi cosa si faccia di fronte a Salò, si sbaglia: gli spettatori, posti di fronte all’ambiguo bivio tra vigliaccheria e crudeltà, si trovano in ginocchio accanto ai protagonisti. E Pasolini assegna anche a loro calci potentissimi e infallibili.

Andrea Lohengrin Meroni

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