Voto

7

Figlio legittimo del cantautorato country di stampo dylaniano dato in adozione al rock graffiante alla Jack White, Ryan Adams vive un bipolarismo sonoro che non necessita della pasticca quotidiana: la sua forza risiede proprio nella capacità di alternare tracce dai riff potenti a testi dai messaggi carezzevoli.

Il suo ultimo album, Prisoner, è il frutto di unʼimmersione profonda nel dolore di un cuore infranto; inutile dire che il divorzio da Mandy Moore abbia influenzato considerevolmente la produzione. Nonostante la dichiarata sofferenza, già a un primo ascolto ci si rende conto che il risvolto positivo esiste, e si fa sentire a gran voce. Il lavoro interiore di Ryan Adams rende Prisoner un prodotto solido e ricercato, sia nei testi che nelle melodie. L’introduzione di sax, pianoforte e synth come accompagnamento alla sempre cara chitarra elettrica contribuiscono a confezionare un album decisamente più raffinato rispetto ai precedenti, così semplici e diretti da non aver permesso al musicista statunitense di spiccare nel vasto panorama di cantautori del suo stesso stampo.

Se da una parte i temi strappalacrime riescono a soddisfare i fan di lunga data, dall’altra potrebbero anche essere la soluzione giusta per far ottenere ad Adams i consensi di tutti quelli che del suo repertorio conoscono giusto una o due tracce. Lo conferma il singolo Do You Still Love Me?: lungi dall’essere una delle sue classiche ballad, accompagna l’ascoltatore mano nella mano nella vita di un uomo che, pur proiettato in avanti, ricade nello straziante automatismo di guardarsi alle spalle. E se l’assenza fa male, allora Doomsday è la protesta senza striscioni, il grido smorzato di chi vorrebbe salvarsi continuando a interrogarsi senza tregua. La soluzione ai problemi del cantautore viene suggerita in Haunted House, un invito esplicito a entrare in una casa infestata da ricordi da scacciare a colpi di chitarra e parole.

Ilaria Lucchin