Lo spettacolo di danza Vanitas è un memento mori contemporaneo

     

Emil Cioran, l’aforista che ha dedicato all’argomento buona parte della propria produzione letteraria, paragona la morte di un essere umano alla rottura definitiva di un televisore: proprio come un tubo catodico bruciato, l’irrefrenabile decadenza cellulare che ci accompagna nell’arco di tutta l’esistenza raggiunge prima o poi il suo punto di non ritorno. Nonostante vi sia molto vicino, Cioran prende le distanze dell’esistenzialismo di Jean Paul Sartre: i filosofi hanno fatto della morte un problema ontologico – dice – smettendo, a differenza dei poeti, di analizzarla come una cosa reale. Secondo lo storico dell’arte Wilhelm Worringer invece, la paura della morte nell’uomo preistorico era talmente rilevante da determinare la nascita delle prime forme di arte astratta, utilizzate dagli autori di certe pitture rupestri come vie di fuga dal mondo organico.

Insomma, nonostante il mercato dell’arte odierno sembri non incoraggiare l’indagine in questo senso, il rapporto tra l’arte e la fine dell’esistenza è un problema molto, molto antico. Proprio per questo Vanitas, spettacolo di danza contemporanea ideato da Francesca Penzo e Jacques-André Dupont presentato al Teatro Fontana in occasione del Festival Exister_2018, trova oggi più che mai la propria ragione d’essere. L’idea di fondo gode della semplicità delle scelte efficaci: tre (ottimi) performer, un’installazione luminosa e una voce fuori campo presentano Ecate, un software pensato per preparare i propri utenti al loro momento fatale. Un po’ Her di Spike Jonze, un po’ Black Mirror, i tre danzatori ruotano intorno al totem luminoso posto a centro palco, mentre la voce fuori campo invita gli spettatori ad avvertire la perdita di pressione sanguigna, l’arrestarsi del respiro e del battito cardiaco, l’irrigidirsi delle membra.

In un climax fatto di efficacissimi contrappesi (fra corsa e danza, fra coreografia e improvvisazione), gli spettatori si lasciano sprofondare nel torpore meditativo delle poltroncine del teatro, seguendo senza difficoltà il susseguirsi delle scene, che pur non indugiando mai nel figurativo non rinunciano alla propria chiarezza espressiva. Le sequenze di corsa cedono il passo alla danza, al twerk o all’improvvisazione, tutto con l’efficacissima (e voluta) inespressività dei tre interpreti Samira Cogliandro, Michela Cotterchio e Demian Troiano, impassibili nonostante il notevole impegno fisico richiesto dalla coreografia.

Infine la voce del simulatore pre-morte Ecate “sveglia” gli spettatori, suggerendo loro di porre attenzione sulla graduale ripresa di tutte le funzioni vitali interrotte durante la simulazione di morte appena avvenuta: il respiro si riattiva, il cuore riprende a battere e i muscoli si svegliano, restituendo al pubblico ciò che Cioran ha definito “per la storia, solo un errore; per la coscienza, un peccato; e per l’essere umano, un’avventura senza pari”: la vita.

Francesco Sacco