In occasione del 40esimo anniversario di uno dei padri del neorealismo italiano, la Cineteca di Bologna ha restaurato e reintrodotto nelle sale Rocco e i suoi fratelli, il film diretto da Luchino Visconti nel 1960 ispirato al romanzo Il ponte della Ghisolfa di Giovanni Testori (1958).

“La storia di una madre e dei suoi cinque figli: cinque come le dita di una mano”, espressione sibillina usata dal regista stesso per descrivere il nucleo del film: una madre di famiglia di stampo meridionale che controlla le vite dei figli con i quali è emigrata in un claustrofobico seminterrato milanese. Rocco e i suoi fratelli è proprio uno dei primi incontri cinematografici tra nord e sud, tra due modelli di vita agli antipodi destinati a non trovare mai un’omologazione. Il luogo-simbolo deputato a raccontare i processi di integrazione socio-culturale è il ring, dove i fratelli Parondi si allenano nella speranza di diventare dei campioni e ribaltare così la loro situazione di povertà e di emarginazione dalla società milanese repellente ad accettarli. Nel film, infatti, lo sport perde quasi completamente la propria connotazione atletica, anche dal punto di vista della verosimiglianza, per acquisire un ruolo squisitamente polemico nei confronti del fenomeno dell’emigrazione e della questione meridionale.

rocco e i suoi fratelli

Il legame tra la pellicola e la raccolta di racconti di Testori cresce man mano che Rocco avanza, fino a diventare indissolubile nell’ultima parte del film, punto focale dell’adattamento che segna un’alleanza di intenti tra autore letterario e regista cinematografico.

In questo ultimo “atto” del film, inoltre, emergono con tutto il loro fascino le rime concettuali e visive care a Visconti: il regista lavora sulla compresenza contrastante di armonia e dissonanza, che viene cinematograficamente rappresentata attraverso la “formula magica” del montaggio alternato. Le sequenze in cui Visconti fa rimbalzare lo spettatore sono quelle di due match: uno delinquenziale tra Nadia (Annie Girardot) e Simone (Renato Salvatori) e l’altro sportivo tra Rocco (Alain Delon) e il suo avversario sul ring. Anche gli spazi, fortemente tipizzati da Visconti, sono armonici e dissonanti tra loro: entrambi periferici rispetto al cuore pulsante di Milano, estranei alla normale dimensione comunitaria e quotidiana della città, il primo è l’Idroscalo, un luogo aperto, silenzioso e solitario, mentre il secondo è un ring asfittico, dal perimetro fisico e sonoro ben definito.

È interessante analizzare in questo contesto la figura di Rocco, relegato per sempre al ruolo di “secondo” rispetto al fratello Simone, nonostante il suo nome sia l’unico a comparire nel titolo. Anche in questo montaggio alternato, infatti, Rocco viene dopo Simone, come nella vita, nel lavoro e nella boxe.

rocco e i suoi fratelli

Nel girare la sequenza di Rocco, Visconti depotenzia ulteriormente con le scelte di regia – in netto contrasto con la forza del flusso narrativo legato a Simone – la figura del giovane boxeur: l’inquadratura stringe sul volto di Rocco per porlo al centro dell’attenzione e far scivolare in secondo piano il match sportivo, trasformandolo in uno scontro di primi piani e di volti, in cui la boxe funge solo da contorno e contesto. Lo scopo di Visconti non era infatti quello di girare una sequenza perfetta di boxe – anzi, fu molto criticato per come rappresentò l’incontro sportivo –, né di mostrare la destrezza atletica di Rocco: sia il personaggio che il match si riducono a un escamotage che faccia levitare il dramma di Simone, rivestono una funzione di servizio, certo ineliminabile e fondamentale, ma solo perché lega e compatta il melodramma. Non ci si deve infatti chiedere se Rocco vincerà o meno: lui è semplicemente lì al suo posto, a fare quello che deve.

Eppure, non sono due figure contrapposte come potrebbe sembrare: i due fratelli sono complementari, tra loro non esiste un buono e un cattivo in quanto sono legati indissolubilmente dal destino, sia nella bontà che nella malvagità. Al termine del montaggio alternato, Rocco e Simone si ritroveranno a casa, stringendosi in un prolungato abbraccio fraterno simbolo della loro armonia dissonante, anche dal punto di vista estetico: Rocco ha il viso rivolto in basso verso il letto ed è vestito di bianco, Simone guarda verso l’alto ed è vestito di nero, ma tutti e due piangono, sono disperati. E perché piange anche Rocco dal momento che ha vinto? Perché l’essenza del dramma di Rocco risiede nel conflitto irrisolto e irrisolvibile tra le leggi del sangue e quelle esterne, della società: per il giovane, la solidarietà fraterna è più importante di qualsiasi altra regola, ma non essendo riuscito a rispettarla ha fallito, non è stato in grado di risolvere il fratello Simone e di allontanarlo dal male.

Benedetta Pini