Voto

8

Michele Santoro si serve delle sue armi migliori (le modalità dell’inchiesta e del reportage) per costruire un documentario che catapulta lo spettatore nella Napoli di oggi, abbandonata a se stessa proprio come quella di ieri. La Napoli di Santoro è quella delle baby-gang, è dove a “quindici anni impari a sparare, a venti diventi un killer e probabilmente a trenta non ci arrivi”. Il giornalista, ora regista esordiente, intervista i protagonisti senza alcun espediente cinematografico particolare, lasciando che siano le immagini a parlare che, libere da ogni tipo di censura, sono più che sufficienti per sconvolgere lo spettatore.

Robinù è un docufilm che và a braccetto con l’ultimo romanzo di Roberto Saviano La paranza dei bambini, uscito un mese fa per Feltrinelli: come lo scrittore campano, Santoro delinea un quadro nudo e crudo su una realtà pressoché dimenticata da televisioni e giornali, ma soprattutto dallo Stato, che chiude gli occhi di fronte a questo mondo fatto di estrema povertà, dove i ragazzini sognano soldi, potere e armi.

Mattia Migliarino