Voto

7

Nel mondo musicale esistono gruppi di cui, fortunatamente, è impossibile scordarsi. Nonostante Carry Fire sia il diciassettesimo disco solista di Robert Plant, trentasette anni dopo lo scioglimento del suo leggendario gruppo, l’album trasuda Led Zeppelin da ogni poro. Supportato in studio dai Sensational Space Shifters (non accreditati sulla front cover del disco), il cantante di Birmingham – che in questo caso veste anche la parte di produttore – porta alla luce undici tracce, pervase da un’intimità unica che solo le sue corde vocali, ormai appesantite dal tempo, riescono a creare.

Impregnato dell’atmosfera zeppeliniana più folk e distesa, omogeneo e a tratti autoreferenziale, Carry Fire introduce l’ascoltatore nella verdissima campagna inglese attraverso un massiccio utilizzo della chitarra acustica e del soft singing.  I rimandi agli Zeppelin iniziano fin dai titoli delle canzoni (The May Queen su tutti) e proseguono nelle parti strumentali: Season’s Song ricorda l’immortale Rain Song e A Way With Words non avrebbe stonato all’interno di Houses of the Holy. Spicca la title track Carry Fire, dalle sonorità orientaleggianti, come se l’intento dell’artista fosse quello di far prendere all’ascoltatore una “piccola vacanza”. Poco spazio è concesso alle chitarre distorte, che compaiono in sordina solamente nella seconda parte dell’album (Bones of Saints e Bluebirds Over the Mountains). Il lavoro termina con Heaven Sent, una dolcissima lullaby che chiude in bellezza il viaggio.

Robert Plant crea un disco onesto, non troppo energico ma neanche poco trainante, che dona agli ascoltatori gli strascichi di una delle rock band più importanti di tutti i tempi.

Federico Bacci

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