Il 20 febbraio di novantadue anni fa nasceva Robert Altman, uno dei più discussi e sfacciati registi americani mai esistiti. Nato a Kansas City, Missouri, Robert Altman ha dedicato la sua intera carriera alla decostruzione degli stilemi classici hollywoodiani e del sistema americano dal punto di vista cinematografico e sociale: personaggi eticamente ambigui e uno stile registico anti-spettacolare lo hanno reso un autore americano dalla forte impronta europea.  

All’inizio degli anni Sessanta, il cineasta statunitense si trovò immerso in quel cambiamento che condizionerà il panorama cinematografico non solo americano ma anche internazionale. La progressiva scomparsa dei generi che avevano fatto la fortuna di Hollywood, il graduale abbandono dello studio-system e l’espansione del mondo televisivo furono le cause scatenanti della nascita di un nuovo modo di fare cinema. Fu la cosiddetta “Nuova Hollywood”, determinata da una serie di pellicole a basso budget a opera di un gruppo di registi nati tra il 1920 e il 1936. Robert Altman fu uno di loro, e con il lungometraggio M.A.S.H. (USA, 1969) ebbe la possibilità di creare un cinema rinnovato e dalla forte impronta metaforica.

Girato e distribuito nel pieno della guerra del Vietnam, M.A.S.H (acronimo di Mobile Army Surgical Hospital) narra le vicende che si verificarono in un ospedale da campo durante la guerra di Corea (1950-1953): produrre un film di guerra passata nel corso di una guerra attuale rientra nel modus operandi tipico di Altman, che analizzava il presente  attraverso il passato. Ma di questo conflitto il regista statunitense scelse di rappresentare l’altra faccia, quella che non si vede, che non sta al fronte ma nelle retrovie, e un altro tipo di scontro, quello che si combatte nella sala operatoria dell’ospedale da campo n. 4077; dove i chirurghi sono i soldati, il bisturi il fucile e le ferite i nemici. Espediente cinematografico molto usato nei film bellici per seguire le truppe all’assalto, il carrello, l’unico del film, si muove lateralmente lungo i tavoli operatori per mostrare la morte al lavoro; ma in questo caso il fronte è la sala operatoria, non la trincea di Orizzonti di gloria  (Stanley Kubrick, USA 1957).

L’utilizzo di allegorie visive volte rappresentare la profondità di un concetto, come se la pellicola fosse una vera opera pittorica, è straordinario nelle opere del regista. Altman è infatti uno dei cineasti che è riuscito a far fruttare maggiormente la vera natura del mezzo cinematografico, cioè non solo quella di raccontare una storia tramite immagini ma anche di scavare a fondo in un’idea attraverso una serie di fotogrammi. In seguito all’uscita di M.A.S.H., Altman si lascerà andare a dichiarazioni piuttosto provocatorie in merito al pubblico americano, accusandolo per la scarsa capacità di cogliere le metafore che proponeva nei suoi film: “Il vero colpevole è il pubblico. È sua la responsabilità di ciò che accade all’intorno. La sua eventuale inerzia merita la più severa condanna”.

Dopo film di grande spessore come Nashville (USA 1975), con il quale ha saputo imprimere su pellicola lo spaesamento statunitense post 1968 come mai nessun altro, e Buffalo Bill e gli indiani (USA 1976), parodia con cui Altman cerca di demitizzare l’eroe a stelle e strisce Buffalo Bill, il regista decise che era giunto il momento di concedersi il suo “quarto d’ora alla Ingmar Bergman” con il lungometraggio Tre donne (USA 1977). Il film chiude la trilogia sull’universo femminile iniziata con Quel freddo giorno nel parco (USA, 1969) e continuata con Images (USA, 1972) ed è la fedele traduzione su pellicola di un sogno fatto dal regista in una località marittima mentre sua moglie si trovava ricoverata in ospedale. Ma il vero sogno di Altman era forse quello di spiazzare la critica americana e di muoversi verso terreni sempre più graditi a quella europea. Tutti i segni, i simboli e le metafore della pellicola, infatti, sono orientati verso un messaggio centrale, quello di dichiarare il proprio amore per il cinema europeo e soprattutto per un maestro come Ingmar Bergman. Tre donne può essere dunque considerato una sorta di “versione americana” di una delle pellicole più famose del cineasta svedese: Persona (Svezia, 1966). 

Robert Altman è stata la prova lampante che in una stagione di crisi e incertezza per il cinema americano guardare all’Europa come un esempio e non come un concorrente poteva essere l’unica via di salvezza.

Mattia Migliarino