Voto

6.5

La sincerità è un pregio impagabile e The Heavy Entertainment Show merita un elogio per la schiettezza del suo titolo. La pesantezza è la chiave dell’album: è tanto heavy il senso dell’umorismo di Robbie Williams quanto il suo gusto per il pavoneggiamento.

Quando gli arrangiamenti raggiungono l’apice della prepotenza, con i condimenti orchestrali più elefantiaci che si possano immaginare, è evidente che Robbie – forte della sua rinomata piacioneria – sta strizzando l’occhio agli ascoltatori e sta dicendo a ognuno di loro: “Suvvia, il kitsch piace a tutti! Non vorrai farmi credere di essere un’eccezione”. Per quanto ad ascoltare la caricaturale Party Like A Russian verrebbe spontaneo chiedergli “ma per chi mi hai preso?”, in parte si è consapevoli che Robbie ha ragioneQuando invece è il narcisismo a farla da padrone, come nel secondo singolo Love My Life e nella svenevole Marry Me, ancora una volta Mister Williams – il Robbie pubblico, non quello privato – si sta rivolgendo al suo pubblico con estrema confidenza: “Andiamo, l’esibizionismo in fondo piace a tutti. Se io mi piaccio così tanto, allora scommetto che piaccio almeno un po’ pure a te”. E anche questa volta ha quasi ragione. A volte il gusto per la pesantezza sfugge di mano all’artefice/artificiere di questa sovraccarica operazione: Motherfucker, per esempio, ha un ritornello talmente saturo da essere inascoltabile, mentre gli strombazzamenti che riempiono ogni pertugio di Bruce Lee risultano asfissianti. Alla luce dei ragionamenti assolutori fatti all’inizio, si può comunque guardare con simpatia la coazione di Williams e del produttore Guy Chambers a ripetere i propri crimini (di generosità): l’incipit di Sensitive farebbe pensare a un salubre tentativo di contenersi, abbinando un cantato soulful a un accompagnamento super-sintetico… ma entro i tre quarti della canzone la passione per l’abbellimento ridondante e per il gridolino affettato ha di nuovo preso il sopravvento. Non è detto comunque che ascolti ripetuti non possano aiutare l’orecchio ad apprezzare la reale sostanza di questo e di molti altri exploit della abbondante tracklist della versione deluxe dell’album, composta da ben sedici pezzi.

David’s Song è invece una ciambella che già a prima vista appare dotata del proverbiale buco: l’emotività della melodia e gli arrangiamenti sono sempre molto carichi, ma l’abbuffata sonora è tutt’altro che indigesta. Non è da meno Hotel Crazy, con la partecipazione di Rufus Wainwright, noir e retrò al punto giusto; questo brano fa annusare una piacevole zaffata di autentica classe prima che Sensational (con cui si conclude infelicemente la versione standard dell’album) riporti in auge la prepotenza circense della title-track e di Party Like A RussianCon When You Know Robbie si crea un piedistallo di sonorità vecchio stile, ripescate dalla musica easy listening anni Quaranta, e fa surf su delle fioriture d’arpa. Dopo tanto ben di Dio è difficile gustarsi Time On Earth, un altro pezzo impossibile da valutare in un ascolto filato, dato che le idee migliori boccheggiano nella lavica saturazione generale. Idem per Best Intentions e I Don’t Want To Hurt You, il momento più baritonale dell’album, con apparizioni del sempre sofisticato John Grant e stilemi da colonne sonore dei generi più disparati (trombe morriconiane e cori da film catastrofico). 

The Heavy Entertainment Show non è un album semplice da valutare: maltrattarlo è come liquidare un amico troppo caloroso. Se da un lato si può ammirare la fantasia nel creare impasti sonori sempre diversi e sempre over the top, dall’altro è legittimo ritrarsi di fronte all’abbraccio soffocante di Robbie Williams, notoriamente recidivo nei suoi suddetti crimini (di generosità).

Andrea Lohengrin Meroni