Documentario disponibile su ARTE in italiano, piattaforma di distribuzione di opere audiovisive indipendenti incentrata su temi d’inchiesta, Siria: Rojava, la rivoluzione delle donne – che potete vedere qui – è il nuovo progetto di Mylène Sauloy, documentarista, autrice, reporter e operatrice di camera in prima linea con all’attivo diversi reportage di guerra. Il primo era stato Dirty War, girato in Colombia nel 1986, e l’ultimo Kurdistan Girls at War (2016) – disponibile su YouTube –, realizzato tra la Turchia, l’Iraq e la Siria, che ha costituito la base di partenza per questo racconto di bio-liberazione: 25 minuti di inchiesta emozionale, con uno sguardo attento, capillare, essenziale.

Conosciuta anche come Amministrazione autonoma della Siria del Nord Est, il Rojava una regione autonoma de facto sancita dalla Carta del Contratto Sociale del Rojava (un equivalente della nostra Costituzione) e non ufficialmente riconosciuta dal governo siriano. La Carta stabilisce un patto sociale tra i popoli delle regioni autonome in cui è suddiviso il territorio (Afrin, Cizire e Kobane), la cui struttura confederativa permette una stretta collaborazione. I consigli di comunità e quartiere sono l’organo del potere sul territorio: ognuno rappresenta 100 famiglie e si riunisce per prendere decisioni riguardanti il singolo territorio, organizzandosi autonomamente. Il Rojava è un’altra Siria, un’oasi di pace nel cuore della guerra, in cui quattro milioni di arabi, curdi e siriani vivono secondo un codice civile che prevede il divieto della pena di morte, la libertà religiosa e la parità di genere.

In quelle terre sono stanziati i curdi – la quarta etnia più grande del Medio Oriente (conta tra 25 e 35 milioni di persone) –, una popolazione di religione musulmana in prevalenza sunnita non localizzata in uno Stato formalmente costituito ma distribuita in cinque paesi: Iraq, Siria, Turchia, Iran e Armenia. Sono loro, i curdi turchi, iracheni e siriani, che in Siria hanno combattuto contro l’ISIS. Negli ultimi 5, 6 anni i curdi siriani hanno ottenuto una certa autonomia, conquistando il controllo del Rojava Kurdistan (ovvero il Kurdistan Occidentale), una zona che subisce le conseguenze dei conflitti vicini e la presenza di molti profughi e rifugiati, ma ciò non le ha impedito di sviluppare una società egualitaria, democratica e inclusiva. Sono questi i principi fondamentali incarnati da Abdullah Öcalan, il leader del confederalismo democratico curdo, il padre della rivoluzione e il fondatore del PKK, attualmente condannato all’ergastolo e detenuto in una prigione turca.

Il movimento nasce in contrasto tanto ad Assad quanto all’opposizione, ovvero i due principali schieramenti della guerra civile sorta nel 2011 per spingere alle dimissioni il presidente siriano Bashar al-Assad ed eliminare la struttura istituzionale monopartitica del Partito Ba’th. Un conflitto che ad oggi ha provocato oltre 500.000 morti, e milioni di sfollati. Dalla sua cella, Öcalan ha sviluppato l’idea di una regione autonoma, basata sull’uguaglianza e su una democrazia femminista, perché, secondo la sua posizione politica, la liberazione della società non può prescindere dalla liberazione della donna. I diritti delle donne sono infatti sanciti dalla Carta (Articolo 27: Le donne hanno il diritto inviolabile di partecipare alla vita politica, sociale, economica e culturale; Articolo 28: Uomini e donne sono uguali di fronte alla legge); vi sono istituzioni dedicate alla tutela delle donne, come le “case delle donne” che fungono da rifugio per le donne che sporgono denuncia e sono in attesa che si attivi la macchina giuridica (contro violenza, matrimoni forzati e poligamia); e per ogni organo istituzionale viene adottato un sistema di co-presidenza (di un uomo e una donna).

Il documentario inizia a Qamishli, uno dei principali centri urbani del Rojava. Qui tutto somiglia alla “normalità”: ci sono scuole pubbliche; si può professare liberamente la propria religione; siriani, arabi, curdi convivono pacificamente; ci sono giovani, enti ambientalisti, musicisti e anche scrittori di diverse lingue. Sono i giorni in cui ci si prepara per la visita ufficiale del ministro della regione, Abdul Karim Omar. Pace, democrazia, ecologia, territorialità e femminismo sono le basi della società del Rojava, l’ultimo baluardo di speranza tutta la Siria del Nord. Ci si sposta poi ad Amuda, dove interviene la copresidente del consiglio esecutivo (il più alto organo esecutivo e amministrativo nelle Regioni Autonome) Nazira Gawriya: “Le donne hanno contribuito a tutte le rivoluzioni, ma subito dopo tornavano in cucina, mentre ai posti di comando sedevano gli uomini. Nel nostro caso, invece, le donne formavano la prima linea. Hanno contribuito a ogni rivoluzione. E abbiamo intenzione di mantenere il nostro posto anche dopo la rivoluzione’’. “Vogliamo autonomia e progresso intellettuale per le donne, anche militarmente”, aggiunge una giovane ragazza che frequenta l’Accademia Militare.

Il messaggio è forte e chiaro: la rivoluzione del Rojava è la rivoluzione delle donne. Ed è questa la mentalità che viene insegnata anche nelle scuole, attraverso la jineologi. Per diminuire il gap di genere dovuto a secoli di esclusione delle donne, si è pensato di introdurre questa “scienza delle donne” (in curdo jin significa “donna”, che proviene dalla parola jiyan, “vita”), una branca della sociologia che adotta il punto di vista femminile e tiene conto delle dinamiche identitarie biologiche e sociali del mondo contemporaneo. Emerge dunque il valore della pedagogia come strumento di liberazione politica e sociale, centrale nel Rojava: l’istruzione determina il ruolo sociale di ciascuno individuo, e l’accesso alla scolarizzazione è infatti equo e garantito per ciascuna persona. In questo modo possono conoscere i loro diritti, imparare la democrazia e trovare gli strumenti per cambiare la loro condizione e la loro società, decise a non accettare più alcun tipo di sottomissione.

Anche nelle regioni più conservatrici come quella di Al-Raqqa, a un anno dalla liberazione dall’ISIS è nata l’accademia delle siriane, dove le donne iscritte convivono per circa un mese: “Poter passare 25 notti fuori casa è un segno della nostra libertà”, spiega una di loro. Nel documentario emerge la presenza di ondate e approcci femministi differenti, tutti accomunati da una struttura orizzontale e comunitaria, accentrata da assemblee di donne che studiano, lavorano, ridono, si proteggono, si incazzano. Poco lontano da Kobane, il documentario visita un’accademia militare femminile, abitato da molte donne curde, ma anche arabe ed europee: “Vogliamo autonomia e un esercito nostro. Vogliamo progresso intellettuale per le donne, anche in ambito militare’’, dichiarano. Per le strade ci sono i ritratti delle combattenti e dei combattenti morti per la rivoluzione, ovvero gli shaid (i martiri), che ogni giovedì vengono onorati dalla comunità nel cimitero in cui riposano. Dagli occhi di queste donne traspare tutta la sofferenza e la forza con cui hanno combattuto e ancora combattono per la loro causa; come d’altronde hanno sempre fatto, sin dall’inizio, contro i jihadisti e contro la Turchia, sacrificando le proprie vite per la giustizia e la democrazia.

Siria: Rojava, la rivoluzione delle donne restituisce 25 minuti di emancipazione precipitosa – per loro stessa ammissione – e puntuale, raccontata da un’autrice intenzionata a battersi per le donne, i loro diritti e la loro libertà di essere “tali in quanto tali” – come recita il documentario. Per una cultura realmente inclusiva ed egualitaria, l’accesso all’informazione e all’educazione scolastica si rivela necessario. Il modello proposto dal Rojava, mettendo in questione la società turca, scardina il sistema capitalistico occidentale e i rapporti di dominio patriarcali, mostrando che un’alternativa è possibile. Mentre la forma di confederazione europea prevede un’alleanza tra Stati democratici, la confederazione democratica della Siria del Nord è la prima confederazione che stabilisce invece un’alleanza tra i popoli: un modello rivoluzionario non solo per il Medio Oriente, ma per il mondo intero.

Caterina Giangrasso Angrisani