Il Congo è un territorio molto ricco di risorse minerarie, che costituiscono una potenziale enorme fonte di guadagno ma, di fatto, sono una delle prime cause di conflitto sociale, di genere ed economico nel paese. Molte sono le donne, circa 500 mila, che non hanno altra scelta se non quella di lavorare in miniera per mantenere la famiglia. Ma la paga per una giornata di lavoro, che conta 10 ore, si aggira intorno ai mille franchi, le condizioni di lavoro sono di totale sfruttamento e non mancano abusi sessuali e dinamiche di potere e di discriminazione di genere. Le donne minatrici, chiamate Mama Twangaise, stanche di essere private di qualsiasi tipo di diritto e di tutela, hanno iniziato a lottare per i propri diritti e per la garanzia di una vita migliore, creando piccoli gruppi per discutere della loro condizione e provare a strutturare un organo sociale in grado di cambiare le cose, come sta avvenendo soprattutto nella regione di Kamituga. Ed è di questo che parla il documentario Storie di emancipazione femminile in Repubblica Democratica del Congo – disponibile in streaming su arte – girato da Eleonora Vio e Marine Courtade.

Per le donne della provincia del sud di Kivu, un saldo punto di riferimento è la figura di Tulia Christine, una lavoratrice nelle miniere che si fa porta voce del malcontento della propria categoria professionale, costretta a sottostare a un lavoro discriminante, con uno stipendio precario che oscilla in base al reperimento della polvere d’oro – passando da 50 centesimi a 2,50 euro al giorno, ma in ogni caso insufficiente per mantenere una famiglia e, ancora meno, per risparmiare in vista di una progettualità sul futuro. La conseguenza di questa condizione è un’ulteriore disagio sociale: molte donne sono costrette a prostituirsi o rubare per poter sfamare loro stesse e i propri figli.

Emilienne Intongwa è un’altra figura fondamentale di questo movimento di emancipazione femminsta, che si impegna quotidianamente per cambiare le condizioni di lavoro nelle miniere del Congo. Nello specifico, si dedica alla tutela del lavoro minorile e alla divulgazione di informazione tramite canali di comunicazione locali, come Radio Shala, dove porta avanti discorsi di uguaglianza di genere e di giustizia sociale. Il suo obiettivo è fare in modo che il lavoro delle donne in miniera venga riconosciuto dallo stato, così da fondare una cooperativa e creare un sistema che sia in grado di proteggere le oltre 13 mila lavoratrici della miniera di Kamituga, estentendo poi questa struttura a tutte le donne del paese. A Kivu Nord lo scenario che si presenta è il medesimo, e anche qui c’è una figura che si impegna a infondere speranza e solidità alla lotta di emancipazione femminista: Angélique Nyirasafari. Tornata nel Masisi, è divenuta una dei principali mercanti di minerali, riuscendo a conquistare un mercato che fino a quel momento era stato in mano esclusivamente agli uomini.

Tuttavia, buona parte della società congolese ancora non vede di buon occhio donne come loro e continua ad alimentare stereotipi di genere per depauperarne la forza. La rivoluzione, a ogni modo, è già in atto e progredisce giorno dopo giorno: il seme della lotta per l’emancipazione femminile è stato piantato, e alcune donne hanno ne già raccolto i frutti, condividendoli con tutte le altre.

Sara Suozzo