Con la riapertura delle sale prosegue una tendenza che si era già sviluppata dopo il successo internazionale di Parasite di Bong Joon-ho, non tanto per la qualità del prodotto in sé – sicuramente di livello -, quanto piuttosto per una precisa volontà dell’Academy di prendere una svolta politica nella direzione di arrivare a una nuova fetta di pubblico. Valorizzare, dare spazio e distribuire prodotti solitamente esclusi dai circuiti mainstream è un’iniziativa rilevante, se non fosse che molte dei titoli con cui il mercato americano sta cercando di uscire dal proprio tradizionale isolazionismo sono film prodotti in America che incarnano valori tipicamente statunitensi, diretti da registi di seconda generazione nati e cresciuti in USA e ossessionati dalla riscoperta delle proprie radici culturali. Questa pulsione è sempre stata una costante nell’industria (anche se limitatamente a certe nazioni europee, come l’Irlanda di Ford o l’Italia di Scorsese), ma in questo caso sta effettivamente cambiando le abitudini distributive del mercato statunitense, aprendolo maggiormente a film stranieri.

L’Italia, sempre più colonia culturale americana, non poteva che essere toccata anche da questo nuovo gusto distributivo, e non è un caso che, appena prima della pandemia, nei cinema italiani iniziassero ad arrivare film coreani mai distribuiti prima – in particolare l’apripista Memorie di un assassino. Ma non è la prima volta che succede. All’inizio degli anni Duemila, infatti, il nostro paese ha assistito a un’enorme importazione di lungometraggi orientali, che spaziavano da produzioni d’autore – come quelle di Tsukamoto -, al cinema di genere, in particolare l’horror. Dopo questo boom, però, la tendenza sembra essersi spenta e sempre meno opere simili hanno trovato spazio in Italia. Il rischio, dunque, è che anche questa recente riscoperta dovuta a una sottomissione culturale dell’Italia al mondo americano non sia solo una tendenza passeggera, ma un primo, importante passo per la presenza sempre maggiore di opere culturalmente differenti nelle nostre sale.

Tra i film ricomparsi nelle sale di recente, il più noto è Oldboy di Park Chan-wook, uscito nel 2003 ma distribuito in Italia nel 2005, nonostante la precedente vittoria del Premio speciale della giuria al Festival di Cannes. Capitolo intermedio della trilogia della vendetta, che comprende anche Mr. Vendetta e Lady Vendetta, è il lungometraggio ideale per avvicinarsi al cineasta sudcoreano, in quanto vengono coniugate al suo interno le principali ossessioni visive e narrative, di Park Chan-wook. Continuando sulla scia di Memorie di un assassino, questo convulso thriller si basa su una narrazione a scatole cinesi, e dunque l’unicità dell’esperienza risiede nella risoluzione dell’intreccio, portando alle estreme conseguenze la possibilità del cinema di moltiplicare gli sguardi e di confondere la realtà e la finzione. I due lungometraggi, infatti, si basano entrambi sul non detto e il non visto, e proprio per questo rivedere oggi Oldboy, dopo così tanti anni dalla sua uscita, rappresenta l’occasione per liberarsi dalla costrizione, gratificante alla prima visione, di concentrarsi sull’intricata vicenda per soffermarsi sui particolari stilistici che trasformano un film di puro genere in una riflessione più ampia sul cinema come occhio e testimone insensibile – citando direttamente la scena più celebre di Peeping Tom di Michael Powell (1960).

Oltre a Oldboy, un’altra uscita cinematografica significativa proveniente dalla Corea del Sud è Madre, diretto da Bong Joon-ho nel 2009 e mai distribuito in Italia fino a oggi. Sebbene non si tratti di una delle produzioni più notevoli del regista, costituisce un tassello cruciale nell’evoluzione delle tematiche che legano i titoli della sua filmografia. La minuziosa descrizione del microcosmo sociale coreano, fatto di famiglie ricchissime e alienate, è sempre stata presente nei suoi lavori, anche nell’insospettabile The Host (2006), in cui i contrasti sociali vengono inseriti in un monster movie – genere spesso sottovalutato ma estremamente rilevante. Parasite, infatti, non è che un diretto riflesso di Madre, in particolare per l’attenzione riservata alla commistione di dramma e commedia nera. Quello che differenzia i due film è tuttavia lo stile registico, che se nell’ultima opera è pomposo e ricercato, nel lavoro precedente tende a una costante semplificazione tesa a rimuovere tutti quegli abbellimenti che avrebbero rallentato il ritmo narrativo, e che proprio per questo motivo funzionano in Parasite.

Quest’operazione di recupero, a cui si unisce il successo dei film di Wong Kar-wai riproposti in nuove edizioni restaurate proprio negli ultimi mesi, rappresenta di fatto una boccata d’aria fresca per l’intera industria distributiva italiana. Per troppo tempo, infatti, la filiera nostrana ha semplicemente rincorso il grande pubblico, guardando stancamente al cinema americano per guadagni facili al botteghino. Ma il mondo distributivo cambia in fretta e le grandi major hollywoodiana tendono a prediligere la distribuzione digitale. Luca, ad esempio, la nuova grande produzione Disney, non uscirà in sala nonostante la riapertura dei cinema, e questo è solo il preludio di una politica che potrebbe mandare in crisi l’intero sistema distributivo internazionale.

La mancata educazione di un pubblico aperto a nuove esperienze artistiche lontane dalla comfort zone è l’esito non solo di un sistema di distribuzione miope e negligente, ma anche di una crisi della critica, incapace di rinnovarsi. E il risultato non è che un progressivo svuotamento delle sale. La speranza, dunque, è che questa piccola rinascita orientale possa essere l’inizio di una nuova stagione, in cui si smetta di dipingere lo streaming come il male assoluto per risolvere concretamente i problemi endemici che affliggono la vita culturale – e cinematografica – del nostro paese.

Davide Rui