È stata una chiacchierata breve ma intensa quella con la giovane artista Emma Nolde, di origine toscana, che a soli vent’anni ha pubblicato il suo primo lavoro in studio intitolato Toccaterra. Si tratta di un progetto dalle basi solide in cui le parole, che sono soggette a continua crescita, si trasformano man mano e danzano sulle note di melodie contemporanee.

Chi è Emma Nolde? Come la descriveresti a chi non la conosce?
Spero di essere una musicista, principalmente, ed un’osservatrice. In realtà scrivo perché mi viene naturale farlo, finora è stato così e mi piacerebbe rimanesse tale. Penso che descriverei quello che faccio come un modo di scrivere piuttosto influenzato da un nuovo cantautorato (anche se non lo ascolto) che non si ispira per niente all’indie italiano e che prevede una quasi ossessiva cura per i testi. Scrivo in modo molto naturale e spontaneo, però allo stesso tempo mi capita di farlo in un lasso di tempo più prolungato: magari a volte per terminare un brano impiego un mese, perché raccolgo tutti quei momenti di naturalezza che ci sono. Non riesco a stare due ore a scrivere cose che poi magari si rivelano autentiche e vere per sempre. Al contrario, mi capita di prendere quei cinque minuti di ispirazione al giorno e messa tutta insieme sullo stesso filone viene fuori quella sensazione che non racchiude le sensazioni di un giorno o di poche ore, bensì di un periodo più lungo.

Toccaterra è il tuo album d’esordio che ci racconta la tua sfrenata voglia di metterti in gioco, di evadere da una condizione di stabilità, ma anche di mutare te stessa attraverso un distacco rispetto a ciò che eri prima di iniziare tutto questo. Quanto è stato efficace, a livello personale e professionale, creare un progetto di questo tipo?
Efficace in termini pratici ed effettivi ancora non lo so, mentre sulla mia quotidianità, dal punto di vista personale, molto. Questo progetto è stato molto importante, perché le otto canzoni presenti nel disco sono state le stesse che mi hanno permesso di iniziare una discussione con coloro che mi stanno vicino e per discussione intendo il fatto di iniziare a parlare di quello che sentivo e di come lo sentivo, cosa che prima non riuscivo a fare. A livello personale mi è cambiato tanto, perché proprio grazie a quegli otto pezzi ho iniziato a raccontarmi e a dire come stavo: ci sono riuscita in modo spontaneo con la musica, ma non riuscivo a farlo a voce. Classico cliché, ma è stato così veramente! Tutto è cambiato, perché adesso ho un obiettivo un po’ più chiaro, cioè continuare a proporre la mia musica e per farlo ho delle persone che mi stanno permettendo di realizzarlo e di essere conosciuta, di avere maggiore visibilità, che per fortuna o per sfortuna è importante.

Focalizzando l’attenzione ancora una volta sul tuo nuovo lavoro, Toccaterra è anche la titletrack dell’album: parli dei cambiamenti e dei nuovi inizi. In che fase di questo progetto lo hai scritto?
L’ho scritta durante, perché nel brano l’immagine di toccare terra richiama questa sensazione di quando ti senti innamorato e vedi la persona che ami molto più alta di te, molto più perfetta, molto più tutto. Quindi, era un richiamare quella persona a terra o comunque alla mia altezza e per me è il picco di quel periodo a livello di sensazioni. Inoltre, se c’è stato un momento in cui mi sentivo particolarmente a disagio è stato proprio quando ho scritto Toccaterra, da lì in poi è stata più una discesa sia a livello personale sia a livello musicale. Ad esempio ho scritto Sfiorare che magari era un brano più speranzoso, però a livello del movente di tutto ciò che mi ha fatto scrivere quell’album Toccaterra è un po’ il picco.

Ho solo queste sei taglienti corde che odio già da un po’” è un verso citato in Sorrisi Viola. Cosa intendi esprimere con questa espressione? E cosa rappresenta per te la chitarra, che suoni ormai da anni?
Quella è l’unica frase che è stata influenzata da un post che fece Renato, il mio produttore, su Facebook e che invece di dire “taglienti” scrisse “fottute”. Ai tempi, io ero piccola e non volevo scrivere una parolaccia e quindi la sostituii con “taglienti”, però la sensazione che provavo era quella, vedere nella chitarra o nella musica in generale un modo di vivere e di essere che è bello e ti rappresenta, ma che allo stesso tempo a volte odi come tutte le cose e come tutti i rapporti che sono molto intensi e caratterizzati da un’alternanza di alti e bassi, di amore-odio.

Scrivi e interpreti i tuoi testi in modo molto maturo: ti capita mai di sentirti più grande rispetto all’età che hai o di aver avuto l’impressione di saltare qualche tappa della tua vita finora ribaltandoti direttamente nel mondo adulto?
Io ho sempre avuto questa sensazione. Quando ero in terza liceo volevo smettere di andare a scuola per andare a vivere in Inghilterra a studiare musica in modo professionale e penso che tutti abbiamo avuto un momento in cui abbiamo voluto smettere di andarci. Però io non mi sono mai ritenuta più grande, anzi mi veniva spontaneo esserlo e ho da sempre avuto questo senso del dovere spiccatissimo e, quindi, magari non me la sono goduta neanche troppo la scuola e il resto in generale. Sono sempre stata molto responsabile e ho sempre avuto amici più grandi di me, infatti loro sono tutti più o meno trentenni. Alla fine, però, penso dipenda molto da quello che ti capita di sentire, cioè la fortuna dell’essere dovuta stare in silenzio per anni è stata quella che mi sono dovuta fare domande e dare anche delle risposte che magari se me la fossi vissuta in modo più sereno non mi sarei data e sarei arrivata alle stesse conclusioni penso tra molti più anni.

Quali sono le tue influenze? A chi ti ispiri in particolar modo per creare un certo prodotto?
Bon Iver, James Blake, Radiohead e molti altri, soprattutto americani. In Italia, invece, mi ispiro a Brunori Sas per quanto riguarda i testi o a Niccolò Fabi. Non ho riferimenti diretti, ascolto molto e prendo tanto da ciò che mi piace.

Oltre alla musica, cosa ti fa sentire “viva”? e come riempi i tuoi spazi liberi nel tuo tempo?
Oltre alla musica, mi piace un sacco montare i video e ho iniziato da un anno circa perché mi è toccato farlo. Poi ho iniziato a lavorare su CAD, perché questo periodo mi ha costretta a trovare qualcosa da fare dando una mano a mio padre che consolida gli edifici ed è appassionato, quindi faccio finta di essere un architetto. Inoltre, stare con i miei amici è la cosa che forse mi piace di più, andare ad ascoltare i concerti e parlare di musica e ciò occupa quasi la totalità del mio tempo. Oltre a questo, mi piace leggere un sacco.

Giulia Di Martino