Chi tra noi non ricorda l’iconica conversazione tra Mary (il personaggio di Diane Keaton) e Isaac (Woody Allen) nel film Manhattan del 1979? “È così scandinavo, deprimente,” dice Mary parlando di Ingmar Bergman, regista che è finito dritto nella sua personale lista di “artisti sopravvalutati”, insieme a Van Gogh, Normal Mailer, Gustav Mahler, Jung e altri. “Nobilitare i propri problemi psicologici o sessuali aggregandoli a temi filosofici grandiosi o universali, ecco cos’è!”, continua il personaggio di Keaton a proposito del grande cinema d’autore, e a quel punto il personaggio/alter ego di Woody Allen non ne può più: “Bergman? Bergman è l’unico genio del cinema d’oggi […] Portami via da qua!” esclama esasperato.

E ancora, ricordiamo la scena della fila al cinema di Io e Annie (1977), quando Alvy Singer, interpretato anche stavolta dal regista, si ritrova costretto ad ascoltare le considerazioni su Fellini di un presunto intellettuale che tiene un corso di “Tv, Media e Cultura” alla Columbia University e che pensa che l’ultimo film del regista italiano sia “mancante di strutture coesive”, “incredibilmente indulgente” e “troppo interiorizzato”. Per sfuggire al saccente professore in fila insieme a lui, Woody Allen chiede prima aiuto al pubblico, guardando dritto in camera rompendo la quarta parete, e poi risolve la situazione grazie all’intervento di uno dei camei più incredibili della storia del cinema, quello del celebre teorico dei media Marshall McLuhan, che stronca prontamente il professore. Ecco, è l’insopportabile fardello di essere un intellettuale che detesta i cosiddetti intellettuali “radical chic”, da sempre presente nei film di Allen, a diventare puro espediente narrativo dell’ultimo film del regista, Rifkin’s Festival, che celebra il traguardo dei cinquanta film del regista di Brooklyn.

Il protagonista del film, Mort Rifkin (Wallace Shawn), è un ex-insegnante di cinema in pensione che rincorre il suo desiderio giovanile di scrivere un romanzo, ma sembra non decollare mai. Intanto, va in giro per festival cinematografici insieme a sua moglie Sue (Gina Gershon), una press agent che sembra essersi infatuata di uno dei suoi clienti, Philippe (Louis Garrel), un giovane regista francese acclamato dalla critica che gira pretenziosi film a tema bellico; niente a che vedere con il cinema d’autore adorato dal protagonista, che chiaramente, anche stavolta, altro non è che uno degli alter ego di Allen. Durante il soggiorno al prestigioso Festival del cinema di San Sebastiàn, che si tiene ogni anno nella città spagnola, Mort assiste, tra red carpet, anteprime e conferenze stampa, al culmine del deterioramento del suo matrimonio, e comincia a riflettere sulla sua personale condizione, non potendo prescindere dal cinema che per lui è stato motivo di vita. Da quel momento, inizia a fare sogni insoliti: vede se stesso e le persone che gravitano attorno a lui apparire nelle scene dei film cult che l’hanno accompagnato durante la sua crescita intellettuale, proprio in quelle opere che ha amato, studiato e insegnato per una vita intera; tra Quarto Potere di Welles, 8 ½ di Fellini, Jules e Jim di Truffaut, Fino all’ultimo respiro di Godard, L’angelo sterminatore di Buñuel, Persona e Il settimo sigillo di Ingmar Bergman e altri. 

Rifkin’s Festival si presenta così come una chiara lettera d’amore al cinema che ha formato il regista, un omaggio meta cinematografico ai grandi autori della storia. E non è il primo a farlo. Pensiamo non solo ai classici come Effetto Notte di Truffaut, ma anche al più recente Dolor y Gloria di Pedro Almodóvar – presentato in concorso a Cannes nel 2019 -, in cui l’autore spagnolo tematizza la propria relazione con il cinema tramite il suo alter ego interpretato da Antonio Banderas, nei panni di un acclamato regista tormentato dai problemi della vecchiaia. La componente meta cinematografica, tuttavia, non è una novità neanche nella filmografia di Woody Allen, come non lo è l’auto analisi e la riflessione. Il fulcro di Rifkin’s Festival è infatti della figura di Mort, un intellettuale che ha dedicato tutta la sua ita a nutrire il proprio cervello e ad accrescere il proprio pensiero critico, rinunciando alla semplicità, alla leggerezza e alla praticità.

Il curioso rapporto con la dottoressa Jo Rojas (interpretata da Elena Anaja, protagonista anche del film La pelle che abito di Almodóvar) fornisce elementi chiave per comprendere a pieno il protagonista: Mort è tutto tranne che un uomo pratico, non ha la minima idea di come sostituire la ruota di un’auto, per esempio; ma allo stesso tempo non è neanche considerato un artista dal pensiero artistico, uno di quei personaggi eclettici che sfuggono dall’essere giudicati “secondo criteri borghesi” poiché giustificati dal fatto di creare di qualcosa di superiore, di più nobile rispetto alle volgari vicissitudini delle relazioni umane. Mort Rifkin è quindi bloccato nel mezzo: non riesce a scrivere nulla perché vorrebbe eguagliare i suoi modelli – ovvero i più grandi autori della letteratura mondiale -, e intanto continua a domandarsi se il suo destino non sia quello di continuare semplicemente a insegnare. Vengono in mente le parole di frustrazione pronunciate da Cristina (Scarlett Johansson) in una celebre scena di Vicky Cristina Barcelona: “Io ho dovuto, purtroppo, affrontare il fatto che non sono dotata, ecco, io so apprezzare l’arte e adoro la musica, ma è triste in realtà, perché io sento di avere molto da esprimere, solo che non sono dotata”. Mort Rifkin sembra essere oppresso dallo stesso tipo di delusione e insoddisfazione nei confronti di se stesso e della sua carriera.

Mort Rifkin probabilmente non finirà mai per pubblicare il romanzo che prova a scrivere da tanto tempo, ma ha terminato la sua narrazione, ha completato un racconto singolare e tutto suo: questo film ne è la prova. La verità è che è impossibile creare qualcosa di completamente nuovo, ma ciò non esclude l’originalità, anche quando non si fa altro che citare altre opere, la scelta stessa delle proprie influenze rende la citazione una nuova produzione di senso del tutto innovativa. Questo è Rifkin’s Festival, una retrospettiva sull’animo di Rifkin/Woody Allen fotografata dal leggendario Vittorio Storaro, in cui la vita del protagonista/autore si mescola inscindibilmente alle opere degli autori da lui stimati, così tanto da non poter più distinguere cosa provenga dalla vita reale e cosa dalla sua mente. Perché, certe volte, il prodotto più originale può nascere proprio dalla rielaborazione delle proprie influenze, e Woody Allen lo sa meglio di chiunque altro.

Arianna Caserta