Voto

7.5

Adattamento della serie a fumetti giapponese Gunjō (2007) di Ching Nakamura, Ride or Die (disponibile su Netflix) è un road movie che attraversa il Giappone di oggi, restituendone un ritratto velato di tinte thriller. Una storia di amore e violenza è l’innesco dell’incontro-scontro tra le due donne protagoniste, l’una immersa in una ricchezza che le è da sempre appartenuta, l’altra in fuga da un lusso conquistato con un matrimonio diventato una prigione mortale. Attraverso un’articolata e precisa struttura a flashback, il film dispiega e sviscera un legame, quello tra Rei (Kiko Mizuhara) e Nanae (Honami Sato), stabilito ai tempi del liceo, nel contesto di un’inconsapevole sessualità giovanile, e improvvisamente ritrovato in età adulta per mezzo di una brutale voglia condivisa di vendetta e di amore. Sarà infatti un estremo atto di violenza incipitario, l’omicidio del marito abusivo di Nanae da parte di Rei, a spingere le due, dopo dieci anni di separazione, a partire senza una meta, alla ricerca del nulla, giocando con la morte e accompagnate da un amore mai realmente vissuto.

Ride or Die dichiara fin da subito il suo vero cuore: la violenza, le sue forme e le sue conseguenze. Una violenza davanti alla quale la macchina da presa – spesso a mano – non si volta ma sceglie di inquadrarla, mostrandone tanto la crudezza quanto la fierezza. Attraversando con mezzi di fortuna città, stazioni, ristoranti e case ormai vuote, Ride or Die assume la forma di uno spiazzante climax che concretizza le diverse declinazioni del concetto di violenza, una violenza nata come vendetta e tramutata in un’incontrollata spirale di tragica autodistruzione, senza mai perdere credibilità o cadere in eccessi. Dalla violenza fisica di un padre a quella di un marito, dalla violenza psicologica a quella attuata in nome di un amore insostenibile, Ride or Die urla al pubblico quanto la violenza generi e attiri a sé altra violenza. Una violenza in cui Nanae è irrimediabilmente invischiata, condannato a esercitarla e subirla e incapace di allontanarsene davvero.

Il regista Ryūichi Hiroki riesce così a ritrarre psicologie e sessualità complesse con incredibile esattezza, collocandole all’interno della rappresentazione di un Giappone contemporaneo dove l’omosessualità è ancora un tabù e ricchezza e povertà – due estremi opposti di cui le protagoniste si fanno portavoce – convivono e si intrecciano in una stratificazione di contraddizioni. Skyline di grandi metropoli, colori saturati e densi, patina pop, musica statunitense e contenuto crudo e disperato restituiscono così l’immagine di un Giappone diverso da quello che siamo abituati a vedere, rappresentando con precisione le luci e le ombre della complessa psicologia sociale di uno dei paesi più sviluppati del pianeta.

Chiara Ghidelli