Voto

6

Se pensate che la guerra fredda sia finita, allora vi sbagliate di grosso. O almeno, questo è quello che sembra dire Red Sparrow. Tratto dall’omonimo romanzo di un ex agente della CIA, con tutto il suo carico di intrighi internazionali di agenti e intelligence, cambi di fronte, doppi e tripli giochi, sembra rimandare a quelle storie che facevano della contrapposizione tra i due blocchi il loro principale perno narrativo; e anche in questo caso, come allora, è quello orientale a uscirne peggio.

Nella Russia di oggi tutto è nello Stato e dallo Stato, e ogni cittadino dev’essere per lo Stato. Lo impara a sue spese Dominika (Jennifer Lawrence), trasformata per l’interesse della Nazione in una Sparrow, spia addestrata a manipolare il nemico servendosi anche (e soprattutto) del suo corpo. Invischiata in un gioco più grande di lei, si ritrova a dover ballare un pericoloso tango, i cui passi sono predeterminati dalla penna di freddi burocrati. E se a qualcuno venisse il dubbio che non si tratti della Russia di Putin, ci pensa il trucco di Matthias Schoenaerts a ricordare che si parla proprio del Presidentissimo. Tutto il resto è Hollywood alla massima potenza: sceneggiatura ritmata, regia elegante, montaggio serrato (si veda il sontuoso montaggio alternato della sequenza d’apertura) e la convinzione che gli Stati Uniti siano, se non perfetti, certamente la migliore delle nazioni possibili.

Ed è proprio questo tentativo al limite della propaganda a minare il film trasformandolo in una galleria di stereotipi e psicologie tagliate con l’accetta, in cui tutte le donne russe non possono che essere ballerine del Bolshoj, mentre gli uomini si dividono tra oligarchi e sicari. A far tirare, almeno in parte, un respiro di sollievo ci pensa la presenza scenica della Lawrence, che si getta anima e corpo in un ruolo non facile, prestandosi a scene di nudo e pesanti sequenze di tortura in un film che risparmia ben poco alla sua protagonista e agli spettatori. Ne risulta un personaggio femminile che, in un mondo in cui tutti vorrebbero avere il possesso (reale e metaforico) di lei, inaspettatamente morde la mano che la tiene al guinzaglio trasformando, come la Katniss di Hunger Games, gli strumenti della sua prigionia nelle armi della propria liberazione.

Francesco Cirica