Anni Novanta, quattro artisti e una casa appartenuta al mago Houdini; da questo incontro mistico nasce un capolavoro della storia del rock: Blood Sugar Sex Magic. Pubblicato nel settembre del 1991 dalla Warner Bros Records, lancia i Red Hot Chili Peppers sulla strada del mainstream, grazie a una serie di fortunati singoli (Under the Bridge, Give It Away, Suck My Kiss e Breaking the Girl).

24 settembre 1991, una data indimenticabile, dato che lo stesso giorno usciva Nevermind dei Nirvana: uno stralunato allineamento di pianeti che ha cambiato il corso del pop, portando l’unione mainstream-underground a un nuovo e più alto livello. Il rock alternativo delle due band era quello di una generazione di ascoltatori incompresi, che entro la fine degli anni Novanta diede vita a generi musicali più aggressivi e anarchici, come il nu metal dei Korn e dei Limp Bizkit. Accolto con grande entusiasmo dalla critica come catalizzatore dell’esplosione del rock alternativo nei primi anni Novanta, e della sua successiva evoluzione di fine decennio, Blood Sugar Sex Magik vende tredici milioni di copie in tutto il mondo, riceve un disco d’oro e otto dischi di platino negli Stati Uniti. Probabilmente tutto questo non sarebbe accaduto se alle redini della produzione del disco non ci fosse stato Rick Rubin. La fiducia nata tra il produttore e la band ha cambiato l’attitudine dei RHCP dando consistenza all’album, che appare infatti più strutturato rispetto ai precedenti lavori, nati da jam session confusionarie. L’atmosfera bizzarra che regnava a The Mansion, la villa alle porte di Los Angeles che ha ospitato il gruppo per tutta l’incisione del disco, ha contribuito allo sconvolgimento artistico di Blood Sugar Sex Magic. Un mese dedicato alla musica, e a una buona dose di sesso e droga, documentato da Gavin Bowden in un lungometraggio in bianco e nero intitolato Funky Monks, che pare quasi un esperimento sociale incentrato sulla vita di quattro ragazzi rinchiusi in una villa spiritata con trenta giorni a disposizione per incidere un album. L’estro creativo di John Frusciante e i suoi istinti melodici così nostalgici e all’avanguardia hanno dato il tocco finale a una produzione che possedeva già di per sé tutte le buone premesse per dare alla luce un album rivoluzionario.

Rispetto al precedente Mother’s Milk, le strutture delle canzoni si irrigidiscono, i riff di chitarra di Frusciante diventano più rilassati ed eterogenei, e lo slap di Flea si asciuga in linee di basso più tradizionali e melodiche. Rimangono, tuttavia, in alcuni brani i riff dissonanti heavy metal, le metriche rap rock e i motivi funk punk più incalzanti. Le produzioni finali sono travolgenti, passionali, azzardate ma di qualità. Ancora più eccedenti le liriche dei pezzi che spingono l’immoralità oltre i vizi capitali: tra lussuria e gola, Anthony Kiedis scrive alcuni tra i testi più introspettivi della sua carriera, tra cui l’emozionante Under The Bridge, che non sarebbe mai stata prodotta se Rubin non avesse chiesto al cantante di tradurre quegli scarabocchi pieni di dolore, trovati per caso nella sua stanza, in un brano strutturato. Il testo trascina l’ascoltatore sotto un ponte desolato di Los Angeles, dove gli effetti della droga rimbombano ancora più rumorosamente, mentre gli accordi più vivi di Frusciante cercano di infondere un senso di speranza, realizzato nel ritornello quando Kiedis canta: “I don’t ever wanna feel like I did that day/Take me to the place I love take me all the way”. Introspezione e condivisione sono le parole chiavi per descrivere Blood Sugar Sex Magik: un’operazione a cuore aperto per curare i danni personali e quelli del sistema, tra razzismo (The Power of Equality) e disastri ambientali (The Righteous & The Wicked). I gesti della band a favore della giustizia sono espliciti, scaltri e pieni di sentimento, così fieri e rappresentativi da non lasciare spazio al moralismo più becero.

L’iconicità dei titoli dell’album, piena di eros e pathos, completa il progetto conferendo a Blood Sugar Sex Magik un’autenticità piccante che arriva alla radio e riempie i palazzetti. Così, a tre anni di distanza dall’uscita dell’album, a Woodstock 94, i Red Hot Chili Peppers saltavano sul palco vestiti da lampadina, sfidando la forza di gravità, mentre l’assolo glitchy di Give It Away muoveva la folla elettrizzata.

Deborah Cavanna