Voto

7

Anna Odell ama mettere tutto in discussione. Lo ha dimostrato fin dal suo cortometraggio d’esordio Unknown, woman 2009-349701 (2009), quando è salita su un ponte nel centro di Stoccolma per inscenare il proprio suicidio con l’intento di portare l’attenzione del pubblico sulle contraddizioni del sistema sanitario svedese. Dopo essere stata ricoverata in un reparto psichiatrico ha rivelato di aver solo simulato quella crisi e ha dovuto affrontare un processo per frode, scatenando un dibattito mediatico su ciò che è lecito o meno fare in nome dell’arte.

In The Reunion la regista svedese gioca nuovamente con i limiti del socialmente accettabile. Nel corso di una rimpatriata di classe la protagonista, ovvero proprio lei, Anna Odell nei panni di un’artista di fama internazionale, tiene un discorso denso di recriminazioni contro gli ex compagni di classe, che per nove anni l’hanno esclusa e maltrattata. Da questo momento si innesca un complicato intreccio di realtà e finzione: non si capisce mai quanto il lavoro sia autobiografico, quanto recitato, quanto improvvisato e, soprattutto, quali parti siano effettivamente documentaristiche. Nella seconda metà del film questo aspetto sembra prendere infatti il sopravvento e vediamo Anna alle prese con un faticoso tentativo di rintracciare i vecchi compagni di classe per mostrare loro il suo ultimo progetto cinematografico: una rimpatriata scolastica alla quale partecipa anche lei ma solo a livello immaginario, perché, nella realtà, non è mai stata invitata.

La fotografia spenta e asettica genera una sensazione di indeterminatezza che cresce con il procedere del film, avvicinandosi progressivamente alle tecniche del documentario, senza tuttavia seguirle del tutto. Un approccio distaccato che è poi quello della stessa Anna, che sembra esternare la propria sofferenza senza un vero coinvolgimento.

Il vero shock per lo spettatore arriva quando si rende conto di non sapere da che parte schierarsi. La simpatia va immediatamente alla protagonista, evidentemente segnata da lunghi anni di sofferenza quotidiana, ma questa compassione viene subito minata da dubbi sul suo modo aggressivo e testardo di procedere, come se volesse trovare a tutti i costi una spiegazione logica per cattiverie che i compagni di scuola, ormai adulti, hanno compiuto senza pensarci troppo e ormai non ricordano più. Cosa succede quando parliamo di ciò che nessuno vorrebbe affrontare? Qual è il modo migliore per farlo? Sono queste le domande che continuano a frullare nella testa dello spettatore anche dopo i titoli di coda e che, nonostante qualche carenza tecnica, rendono il film degno di essere guardato.

Clara Sutton

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