“Parlarne bene o parlarne male non importa, purché se ne parli”, o nella variante “C’è una sola cosa al mondo peggiore del far parlare di sé, ed è il non far parlare di sé”. Questa frase che Oscar Wilde fa pronunciare a Dorian Gray è stata presa e fatta propria decenni dopo dal settore del marketing e della comunicazione: non esiste buona o cattiva pubblicità, ma solo modi per rendere noto il proprio prodotto a quante più persone possibili. Quando Netflix ha comprato i diritti di Mignonnes (o Cuties o Donne ai primi passi) – vincitore della Miglior regia al Sundance – e lanciato la campagna promozionale, sembra aver voluto spingere proprio sugli aspetti più controversi del film, scatenando un’enorme tempesta mediatica. Il poster diffuso dalla piattaforma presenta le quattro protagoniste, di soli 11 anni, strizzate in crop top e short minuscoli mentre posano intente a riprodurre movimenti di danza parecchio spinti. Nessun accenno alla vittoria al Sundance, né alla ricezione nettamente positiva ottenuta dalle testate internazionali più autorevoli. L’immagine suscita un’ondata di commenti negativi, reazioni indignate, minacce di provvedimenti politici.

In Europa l’eco di questa campagna denigratoria è arrivata sui giornali e ha fatto parecchio discutere sui social, ma mai quanto in America, dove è diventata un trend topic nel giro di poche ore e ha inciso nettamente sulla ricezione del film, che su Rotten Tomatoes registra un misero 15% di gradimento del pubblico, accompagnato da commenti come “È assolutamente scioccante che qualcosa del genere sia stata messa in onda” o “Il mondo è un posto peggiore grazie a questo film.” Diverse associazioni di genitori hanno bollato il film come “pedofilo” e su YouTube proliferano video in cui viene accusato di essere complice di una presunta strategia occulta per normalizzare la pedofilia a livello mondiale. Ben presto sono intervenuti nel dibattito anche esponenti politici di primo piano, come il senatore texano Ted Cruz (candidato repubblicano per le primarie del 2016), che ha sollecitato l’apertura di un’indagine federale per verificare se i produttori del film avessero violato le leggi sullo sfruttamento e l’abuso sessuale di minori. Il tribunale dello stato del Texas ha così avviato un’indagine contro Netflix, sostenendo – tra le altre cose – che il film non presenta “alcun contenuto rilevante dal punto di vista artistico, politico o scientifico.” Cruz, che questa estate aveva gridato alla censura dopo la decisione della HBO Max di ritirare temporaneamente Via col Vento (1939) dal suo catalogo, è solo uno dei tanti politici conservatori che si sono scagliati contro Mignonnes, arrivando a promuovere campagne di boicottaggio che sono arrivate a provocare cancellazioni in massa da Netflix.

Tutto questo succedeva prima che in molti, Cruz incluso, vedessero il film. Ora che è uscito, possiamo affermare che Mignonnes non è un “film pedofilo”, ma il suo esatto contrario: un dramma femminista che denuncia proprio ciò di cui è stato accusato: l’iper-sessualizzazione e il controllo del corpo femminile. Maïmouna Doucouré, che ha scritto e diretto Mignonnes, dice di aver avuto l’idea del film dopo aver assistito all’esibizione di un corpo di ballo composto da bambine di 11 anni. Effettivamente, il film mostra “bambine che twerkano”, ma è lo fa trasmettendo tutta la loro goffaggine, senza dissimulare mai che si tratta di bambine piccolissime, che non sanno niente del mondo della sessualità, e semplicemente (re)agiscono per imitazione dei loro modelli di riferimento, che promuovono o una totale sottomissione ai dettami tradizionali della società patriarcale o un’estetizzazione iper-sessualizzata tramite i social. Doucouré ha infatti messo subito in chiaro le intenzioni dietro al film: “Sto lottando per liberare l’immagine della donna nella società e nella nostra mente. […] Noi, come donne, possiamo davvero scegliere l’immagine che vogliamo dare di noi di fronte a quella che ci viene imposta dalla società?”

La protagonista Amy (Fathia Youssouf), vive in un palazzone popolare con la madre e i fratelli, in attesa del ritorno del padre dal Senegal. Batano pochissimi dettagli per delineare questo mondo, abitato quasi interamente da donne (i personaggi maschili hanno pochissimi minuti sullo schermo), ma controllato, a distanza, dagli uomini. Divisa tra la comunità senegalese e il mondo dei suoi coetanei, Amy si ritrova stretta tra 3 forze di segno opposto: la sua famiglia, la cultura occidentale e la rappresentazione falsamente iper-realistica dei social media. Il modo in cui viene raccontato questo suo dissidio rende il film un documento che indaga e problematizza effetti dei social media sul modo in cui percepiamo noi stessi e gli altri, restituendo un quadro molto più efficace e ragionato del tanto discusso documentario The social Dilemma, attualmente nella top 10 di Netflix. L’efficacia di Mignonnes deriva proprio dal fatto che mostra il fenomeno stesso che vuole denunciare, senza puntare il dito con la pretesa di ammaestrare il pubblico.

Internet e i social vengono affrontati nei loro risvolti più deleteri, come porte d’accesso fin troppo semplici a un mondo di contenuti “adulti” che si dischiude davanti a di chi adulto non è e non ha gli strumenti per comprenderli, soprattutto si trova nella delicata fase di passaggio tra infanzia ed età adulta. Le Mignonnes hanno una notevole dimestichezza con la pornografia su internet e non si fanno problemi a guardare un video per farsi qualche risata, ed è dai loro commenti che ci si rende conto di quanto poco capiscano ciò che stanno guardando. “Ero piena di rabbia a quell’età, perché mi rendevo conto di quanto fossi impotente”, dice Doucouré, e il film racconta questo momento, la pre-adolescenza, in modo delicato, lucido e comprensivo, anche grazie a una grandiosa direzione del cast. Nell’interpretazione delle piccole attrici si condensa tutta l’energia fisica, chiassosa, iperattiva e al contempo acerba di un gruppo di undicenni come tante altre, con il loro modo di parlare e interagire.

La tempesta mediatica che si è scagliata su Mignonnes ha più di un punto in comune con quella di Gamergate, l’enorme campagna denigratoria organizzata online che ha seppellito sotto valanghe di minacce virtuali e aggressioni verbali le esponenti femminili del mondo del gaming americano, che chiedevano giudizi “obiettivi” da parte della stampa. Contesti diversi, ma medesime armi: virulente campagne social e review bombing. La vicenda di Mignonnes è stata anche ripresa e amplificata dai forum che promuovono la QAnon, la teoria del complotto secondo cui esisterebbe una trama segreta organizzata da un presunto Deep State (l’insieme dei cosiddetti “poteri forti”) contro Trump e i suoi sostenitori, con l’obiettivo di dominare il mondo tramite reti di pedofilia a livello globale, pratiche sataniste e cabale occulte. Quegli stessi esponenti internazionali del conservatorismo e della destra radicale hanno così trovato in Mignonnes l’appiglio ideale per scagliare il loro ennesimo attacco alle rivendicazioni femministe e delle minoranze, andando a parare su un tema sensibilissimo come quello della pornografia infantile. Se dietro alla campagna promozionale di Netflix c’è stata evidentemente una studiata strategia di marketing – forse sfuggita di mano -, rimane il fatto che Mignonnes è stato condannato ancora prima di essere visto. A gridare allo scandalo è una società conservatrice, infastidita dal messaggio femminista e progressista che il film vuole trasmettere, nel tentativo di silenziare una voce femminile e un messaggio femminista. Una reazione figlia della cancel culture, della volontà di eliminare tutto quello che ci inquieta, quando invece porre domande è proprio quello che dovrebbero fare arte e cultura.

Francesco Cirica