Voto

5

Nella sua carriera lunga quasi quarant’anni, Spike Lee ha sempre avuto uno sguardo estremamente lucido sullo stato d’animo e la situazione politica, sociale e culturale non solo della comunità afroamericana, ma di tutti gli Stati Uniti. Uno sguardo che ha permesso al suo cinema di raccontare il presente e, talvolta, anche di anticiparlo. Da 5 Bloods – Come Fratelli è un film manifesto che cavalca l’onda emotiva delle proteste antirazziste scoppiate tutto il mondo, pur essendo stato realizzato ben prima che l’assassinio di George Floyd riportasse alla luce una realtà mai davvero nascosta e già raccontata dal cinema e dallo stesso Lee.

Come con BlackKklansman (2018), il regista e lo sceneggiatore Kevin Willmot mettono mano a un copione già esistente, intrecciando la trama finzionale con la storia dell’America – in particolare con la guerra del Vietnam -, alternando materiale d’archivio a sequenze ricreate e girate nella giungla, in una miscela passato e presente condita al ritmo trascinante dei brani di Marvin Gaye. La guerra del Vietnam è una ferita di un passato che è ancora dolorosamente presente: per i quattro veterani protagonisti la “sporca guerra” coincide con la presa di coscienza politica di appartenere a una minoranza oppressa, segnata da vicende come l’assassinio di Martin Luther King o il rifiuto di Muhammad Ali di rispondere alla chiamata alle armi, ma è anche un trauma indelebile che finisce per smantellare il loro cameratismo fraterno.

Lee racconta tutto questo con il suo consueto stile diretto, sfondando spesso la quarta parete e inseguendo camera in spalla i protagonisti nelle scene d’azione. Tuttavia, se l’uso dell’archivio dà ritmo e profondità storica al racconto, la commistione di toni e generi sembra funzionare molto meno rispetto ad altre sue opere, come era stato per BlakKklansman. Da 5 Blood oscilla costantemente tra due estremi, tra patriottismo e parodia, tra la celebrazione dell’eroismo alla We were Soldiers (2002) e la disperazione allucinata alla Platoon (1986) e Apocalypse Now (1979), senza mai assumere una posizione decisa. Inoltre i personaggi, bidimensionali e con reazioni sopra le righe, finiscono per dare all’intero film un sapore da B-movie che sicuramente non era nelle intenzioni di Lee. Limitarsi a citare Trump o il Black Lives Matter, porta il film a impantanarsi sulle sue stesse idee, sfociando in un sermone opprimente e spesso retorico. Esattamente l’opposto rispetto alla direzione verso cui Spike Lee ha sempre lavorato.

Francesco Cirica