“Una poesia scritta nella casa che brucia è più giusta e vera (…) se, per caso, essa trova un lettore, allora questi non potrà in nessun modo sottrarsi all’apostrofe che lo chiama da quell’inerme, inspiegabile, sommesso vocìo.”

Sono passati da poco cento giorni da quando si è alzato l’ultimo sipario. In questa immobilità proviamo a tornare all’ottobre 2020 per cercare di ricucire lo strappo che stiamo vivendo. A Venezia andava in scena una Biennale Danza raccolta e silenziosa con una strana coppia di leonesse Castellucci/Ribot, frutto delle scelte ardite e profondamente ironiche dell’allora direttrice Marie Chouinard. La prima sobria, seria, minimalista ed esigente, la seconda definita Grande Dame stravagante, provocante e ribelle. Claudia Castellucci saliva per prima sul palco. Non era sola. Portava con sé la storia degli artisti che l’avevano preceduta rimanendo nell’ombra, il sostegno di Romeo, Chiara e Paolo Guidi, il suo lavoro condotto in segreto nei recinti delle sue scuole a Cesena con i tanti studenti che si sono susseguiti negli anni e con gli ultimi, ora membri della Compagnia Mòra. Li nomina uno ad uno i suoi danzatori, i “contenuti viventi del ballo”, che hanno saputo cogliere il suo impulso creativo e dargli corpo. Una premiazione che era una porta d’ingresso privilegiata per introdurci a quello che avrebbe debuttato la sera dopo al Teatro Piccolo Arsenale.

Fisica dell’aspra comunione, l’ultimo lavoro di Claudia Castellucci, è un ballo che segue uno schema di movimenti tratti dal Catalogue d’Oiseaux di Messiaen coronato da un brano di Stefano Bartolini. Nel silenzio entra il pianista Matteo Ramon Arevalos che si siede volgendoci le spalle. La scena si presenta come un cubo dalle pareti di velluto chiaro, squarciato dall’ingresso deciso di cinque danzatori vestiti di nero e dal viso scuro. Attraversano la scena in diagonale con lunghi passi, poi si voltano in equilibrio con i palmi in offerta. È il loro volto che ci offrono ed è folgorante questa apertura. Ma dura poco, subito si ritirano. Il ballo prosegue con passi centellinati sui rintocchi di Messiaen. Compare la forma del cerchio, prima respirato verso l’esterno con piccoli passi e poi più compatto e raccolto, in un vorticare vertiginoso. Ecco la forma ricorrente nei lavori della Castellucci. La presenza del cerchio è un retaggio della sua storica scuola Stoa, dove si studiava la dimensione ritmica e corale partendo dal ballo folklorico. Da qui anche la sua scelta di parlare dei suoi lavori come di “balli” e non danze per la loro origine primitiva e non inserita in un filone storico.

Fisica dell’aspra comunione è riuscito nell’intento di rendere viva una partitura che tende alla perfezione. La musica di Messiaen ne è maestra, nata dal canto degli uccelli, è a-mensurale e può essere danzata solamente con un forte senso di permanenza nell’ora. In questo risiede la potenza degli interpreti, più simile ad una sapienza agostiniana che ad una tecnica accademica. La tensione alla perfezione è necessaria perché l’interprete scompaia dietro alla coreografia. Questo passaggio all’impersonale, senza l’impronta dell’errore, richiede solitudine. Assistiamo ad una collettività che si dissolve in solitudini e diventa sacra, perché, come dice Simone Weil, “tutto ciò che nell’uomo è impersonale è sacro”. Poi il ballo raggiunge il suo apice e succede qualcosa di inaspettato: cala il buio come un velo all’arrivo del brano di Bartolini e i corpi iniziano a scuotersi con forza. Come nella tradizione ortodossa, dove al culmine della celebrazione vengono chiuse le porte, così rimane protetto il mistero di questa aspra comunione.

“Ne abbiamo abbastanza di questo mondo, vogliamo vedere l’invisibile” ha detto la coreografa. Per questo dobbiamo ringraziarla, perché questo ballo è frutto del suo coraggio nell’accostarsi alla soglia, simbolo che ci permette di intravedere quello che lei stessa ha scorto. La franchezza e l’onestà con cui ha condotto instancabilmente la sua ricerca in questi anni possano ispirare i giovani che si accostano all’arte. L’oro si tempra col fuoco, questo è fare arte oggi e continuare a farla, mentre la nostra casa va in fiamme. 

Erica Meucci