“Passiamo la vita cercando di afferrare un’illusione, ma, in fondo, sappiamo che non siamo niente”: è più di una semplice citazione, è la dichiarazione d’intenti di Re Granchio, film scritto e diretto da Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis, con la colonna sonora di Vittorio Giampietro. Ma qual è questa illusione? È quella di riuscire a dare un senso alla vita, di poterla afferrare per sfuggire alla sua provvisorietà, di trovare rifugio nell’amore. Da queste premesse, Re Granchio, figlio benvoluto di quella tradizione cinematografica italiana che si divide tra film di derivazione storica e film di genere fantasy, attinge un po’ dallo stile di Ermanno Olmi, un po’ dalla visione di Matteo Garrone. Da Olmi prende il gusto degli inserti folkloristici e dialettali, del racconto della provincia italiana e della gente che la popola (vedi L’albero degli zoccoli, 1978); ma prende anche un certo modo di tratteggiare il protagonista, Luciano, che ricalca Andreas de La leggenda del santo bevitore (1988), nonché la scelta di non concentrarsi in un racconto storico specifico e definibile, ma presentare una narrazione del tutto fittizia eppure realistica – con qualche divagazione metafisica – come era stata la rivisitazione della vita di Gesù di Centochiodi (2007). Da Garrone, invece, Re Granchio riprende le inclinazioni più fantasy come ne Il racconto dei racconti (2015) o in Pinocchio (2019), quel tono favolistico ma pur sempre grottesco, drammatico e cupo. E poi, a completare il mosaico su cui si regge il film, troviamo le incursioni del genere western e di una Storia più grande che viene solo sfiorata, sullo sfondo della storia, minuscola, di contadini e pastori – un po’ come in (N), io e Napoleone (2006), film di Paolo Virzì in cui le vite dei protagonisti, abitanti dell’isola d’Elba, vengono stravolte dall’arrivo dell’imperatore esiliato.

Narrano la leggenda di Luciano, figlio del medico locale di un borgo della Tuscia tardo ottocentesca, gli anziani locali – che incorniciano la storia coi loro canti da osteria e i loro commenti, un po’ confusi, su cosa sia vero e cosa inventato. Cresciuto in questo villaggio senza tempo, antico ma forse nemmeno troppo, Luciano ha preferito alla professione paterna quella del pastore, dedicandosi a una vita semplice e soprattutto al vino, diventando un ubriacone iroso, un anarchico che detesta le regole imposte dal Principe del borgo e un attacca brighe di professione. Immerso nelle sue bucoliche (e alcoliche) visioni, Luciano – ci raccontano sempre i vecchi – barcolla tra uno scandalo e l’altro, fino a coinvolgere anche la ragazza che ama, la figlia del pastore. Costretto a scegliere tra la morte o l’esilio, Luciano si imbarca e parte – d’altronde, la vita da marinaio e la prospettiva di salpare lontano gli era già stata presagita da un sogno avuto dalla sua innamorata. Luciano approda così in Argentina, dove, tra terre inesplorate, pinguini, grossi granchi (ovviamente) e acquitrini avvelenati da alghe tossiche si perde ancora più in profondità nei confini sfocati e concentrici dei cerchi dell’acqua calma quando viene smossa, tra sogno, leggenda e stornelli di cantastorie che ammoniscono: “A chi je piace amore / arrivano i tormenti / Mica son solo baci appassionanti / Chi dice amore dice patimenti / Amore è fatto di sospiri e pianti”.

Alice Firriolo