“La musica fa da sempre parte dell’anima dell’essere umano: come rifugio intimo interiore o come danza collettiva, come liberazione ed emancipazione personale e sociale”. Questo lo statement di Music Riot, il focus tematico di Concorto Film Festival a cura di Carlotta Magistris. Attraverso paesi ed epoche storiche, tra narrazioni di coming of age, in cui la musica gioca un ruolo di primo piano nell’affermazione di sé, ed espressioni musicali che innescano l’evoluzione di un’identità culturale, la selezione di Music Riot “si focalizza sul rapporto fra la musica e l’essere umano, inteso in un’ottica di liberazione sociale e individuale: la capacità di questa forma d’arte di creare macro e micro universi di emancipazione da sé stessi, gli altri e la propria quotidiana realtà.” Occupando storicamente uno spazio fondamentale nello sviluppo di un’identità, fare musica, vivere la musica è un sottofondo irrinunciabile che porta alla luce gioie, dolori e sentimenti offuscati, creando storie di vita da raccontare.

L’emancipazione sociale e individuale attraverso l’arte come unica espressione di sé è un tema largamente affrontato nel cinema contemporaneo, come è evidente dall’analisi di alcune opere recenti, tra le quali spicca Climax di Gaspar Noé: un film che instaura un rapporto senza soluzione di continuità tra immagini e musica. “La sezione ha infatti lo scopo di indagare le tendenze musicali della contemporaneità”, afferma Carlotta. Ed è questo il punto di partenza concettuale del focus, con l’obiettivo di unire cortometraggi spiccatamente narrativi, opere informative socialmente impegnate e videoclip – grazie alla collaborazione con Seeyousound Festival di Torino, da sempre il faro italiano per quello che riguarda la valorizzazione di queste opere ingiustamente bistrattate. L’idea di partenza di Music Riot era infatti quella di creare un focus esclusivamente sul videoclip: una forma d’arte audiovisiva che ha attraversato diverse fasi storiche, tutte meritevoli di un approfondimento.

“Poi, però, ho deciso di allargare la selezione ad altre tipologie di linguaggi audiovisivi, per costruire un immaginario legato al più ampio contesto musicale: nel videoclip il rapporto tra immagini e musica viene privato della mediazione della narrazione classica, dunque è una forma d’arte che si apre a più possibilità di analisi semiotiche rispetto a un cortometraggio tradizionale. Di conseguenza, si crea un rapporto più diretto con il pubblico”, continua Carlotta. “Il cinema e la musica sono media agli antipodi sia per linguaggio che per fruizione e, per quanto presentino caratteristiche semiotiche simili, hanno uno scopo estetico completamente differente. La loro coesistenza permette di creare un percorso onnicomprensivo che travalica il concetto stesso di festival cinematografico, focalizzato invece su una singola, precisa forma audiovisiva”. Una scelta che è anche un tentativo di eliminare una volta per tutte lo stereotipo ancora ben radicato che non considera il videoclip una forma d’arte, ma lo interpreta solo come un mero veicolo musicale e pubblicitario.

Trapped in the City of a Thousand Mountains di David Verbeek (2018) analizza il rapporto fra la trap e la pesantissima censura operata dal governo cinese; Former Cult Member Hears Music for the First Time di Kristoffer Borgli si concentra sull’evocazione di sentimenti interiori difficili da esprimere, in questo caso lo shock post traumatico di una donna non udente che sente la musica per la prima volta. Dancers di Rick Farin (2019), Mother di Ben Strebel (2019) e Zombies di Baloji (miglior cortometraggio ai MUBI Audience Awards 2019) sono gli esempi ideali che vanno a tracciare una nuova frontiera per l’arte dei video musicali. Grazie all’evoluzione delle nuove tecnologie, gli artisti hanno la possibilità di curare direttamente, indipendentemente e autonomamente quello che per loro è il perfetto accompagnamento visivo della loro musica, che non deve sottostare ai dettami della messa in onda televisiva – a cui era sottoposto negli anni ’90 -, trovando uno spazio di espressone e divulgazione su piattaforme che concedono ben più libertà. Questo ha permesso la produzione di music video personali e identitari, a volte persino diretti dagli stessi musicisti, che si propongono di venire letti come un compendio parallelo alla produzione sonora, determinando l’estetica dell’artista. Pensate ad artisti mainstream come Billie Eilish, ma anche più sperimentali come i Death Grips.

La selezione di Music Riot spazia dai cortometraggi presentati ai festival internazionali più conosciuti, come Cannes (Journey Through a Body di Camille Degeye, 2019), Venezia (Rise di Barbara Wagner e Benjamin de Burca, 2018) e Sundance (Former Cult Member Hears Music for the First Time di Kristoffer Borgli, 2020), a opere provenienti da circuiti meno noti, tipo Sitges (Quarantine di Astrid Goldsmith, 2018). Nel complesso, i titoli provengono da tutto il mondo e garantiscono uno sguardo a 360° sull’argomento, senza dimenticarsi di nessuna latitudine. Lo spettatore può ampliare i propri orizzonti, allontanandosi da una prospettiva spesso, sia nella musica che nel cinema, troppo americanocentrica e puntando finalmente i riflettori su culture differenti. Ne è un esempio perfetto il già citato Trapped in the City of a Thousand Mountains di David Verbeek (2018). Music Riot è a Concorto dal 22 al 29 agosto a Parco Raggio di Pontenure: save the date.

Davide Rui