Voto

4

Stoccolma 1973. Lars Nystrom (Ethan Hawke) si presenta armato alla Kreditbanken, uno delle principale banche svedesi del tempo. Prende in ostaggio quasi tutti gli impiegati presenti con obiettivo di trattare per la scarcerazione dell’amico Gunnar Sorensson (Mark Strong). Rapina a Stoccolma si presenta così allo spettatore: immediato. Ma altrettanto rapidamente si comprende come la pellicola scritta e diretta da Robert Budreau scelga di romanzare quegli eventi da cui è derivato il termine “sindrome di Stoccolma”.

Il film del regista canadese trova la propria forza espressiva nella semplicità della rappresentazione, ma un simile schematismo nell’affrontare una tematica complessa finisce col risultare elementare e scontato; ne è un esempio la grossolana assenza di tensione e angoscia. Parallelamente, la performance degli attori – sopratutto di Hawke e Strong (Noomi Rapace è ingiustamente relegata ai margini della storia) – si adagia sulla stesso livello: la verve della follia muore ancor prima di nascere.

Rapina a Stoccolma introduce una sintesi rude che svaluta la carica contingente della semplicità, tentando un’analisi dei conflitti interiori dei personaggi talmente banale che non aggiunge nulla di nuovo al tema; invece che raccontare, mostra, inutilmente, da che parte stare.

Davide Spinelli