Voto

6

“You see you don’t understand where I am or where I’ve been, or where I’m going”. Come recita il ridondante ritornello di Where I’m Going, le intenzioni della band, capitanata dallo storico leader Tim Armstrong, non sono ancora del tutto chiare: il ritorno sotto l’ala protettiva dell’Epitath Records, la label con la quale tutto è cominciato, sembra aver risvegliato lo storico sound punk-ska del gruppo, ma sono deboli le motivazioni che hanno fatto nascere l’album, come sempre prodotto da Brett Gurewitz.

Trouble Maker è un’allegoria dell’agitazione sociale che periodicamente scuote il mondo e che caratterizza l’essenza del punk in opposizione alla staticità passiva. Questa urgenza si sviluppa tramite una tracklist che vede nell’immediatezza il proprio punto cardine. Telegraph Avenue è la testimonianza di un’identità ancora non del tutto raggiunta: ritmiche folk si legano a ridondanti ritornelli di matrice punk ispirati ai fasti della band californiana. Sono invece diverse le intenzioni di An Intimate Close Up of a Street Punk Trouble Maker, il cui street punk è immediatamente recepibile anche grazie alle ritmiche veloci prodotte dalla batteria di Steineckert, ex The Used.

Una fase di transizione, dedita alla riflessione, ma che risolleva le sorti dei Rancid dopo il deludente Honor Is All We Know (2014): Trouble Maker è la bozza dell’evoluzione di un progetto cominciato vent’anni fa e che finalmente sembra essersi incanalato verso la giusta direzione.

Sabino Forte