Voto

4

Se Il ragazzo della Giudecca venisse inserito in un palinsesto televisivo, con molta probabilità finirebbe appena prima delle chat erotiche post fascia protetta di una rete locale che vive con i ricavati di spot pubblicitari imbarazzanti quasi quanto le prove di gran parte del cast. Delude in primis l’attore protagonista Carmelo Zampulla, che nell’interpretare se stesso non fa dimenticare allo spettatore di non essere un attore professionista: nonostante il coraggio nell’essersi messo in gioco, Zampulla si riduce a una metafora canina di se stesso, un incrocio tra un santo e un’opaca versione di Mario Merola ai tempi de Lo zappatore. Coprotagonista è Toni Sperandeo, che porta da anni la croce di interpretazioni eccellenti ma tutte uguali (il mafioso, il pentito o l’uomo di giustizia corrotto), tanto che potrebbe nascere una categoria “Sperandeo Toni” nel cinema italiano. Il cast si arricchisce inoltre di volti nuovi, probabilmente esordienti, figli di una recitazione la cui madre si è perduta nella prosa parrocchiale della domenica sera.

La vera sorpresa, invece, è vedere come attrice in un lungometraggio Chiara Iezzi: la sua parte dona qualcosa allo spettatore ma non si sa bene cosa, sicuramente lo riporta indietro nel tempo, più o meno di dieci anni, alle sue ultime apparizioni al fianco della sorella Paola Iezzi con cui formava un duo canoro. Oltre a chiarire finalmente chi delle due sia Chiara, vederla recitare fa addirittura rimpiangere le note di Vamos A Bailar, che rimbombano nella testa dello spettatore mentre cerca una via di fuga.

In questa nebbia lunga centotrenta minuti, ricca di un cinema stereotipato e nostalgico dei film neomelodici anni Ottanta, illumina la sala una voce calda e sensuale in cui perdersi: Giancarlo Giannini, pur con una partecipazione ridotta, proprio come un fuoriclasse regala giocate di talento; vale da solo i soldi spesi per il biglietto. Un ulteriore aspetto piacevole è rivedere in un film italiano Franco Nero, che dona al film un’intensa prova pari a quella di Luigi Diperti, il quale arricchisce e salva il film con un monologo finale dalle parole taglienti, ricche di verità e poesia povera sulla funzione della giustizia e sulla sua essenza.

Il ragazzo della Giudecca rimane un film dal buon potenziale, ma che è stato trasformato in una pellicola da gettare in pasto ai fan di CentoVetrine e a chi, pur soffrendo di insonnia, preferisce alla volgarità un film di Rete Quattro.

Fabrizio la Sorsa