Voto

8

Già vincitrice di cinque Emmy, un Golden Globe e un Premio Oscar (gli ultimi due per la sua interpretazione in Se la strada potesse parlare (Barry Jenkins, 2018), Regina King debutta alla regia, riadattando il dramma teatrale del 2013 di Kemp Powers One night in Miami. Il film immagina l’incontro delle quattro leggende afroamericane Sam Cooke, Malcolm X, Jim Brown e Cassius Clay, riunitisi in una stanza del Hampton House Motel di Miami per festeggiare la vittoria di quest’ultimo del titolo di campione mondiale di pesi massimi. L’incontro è dunque finzionale, ma tutti gli spunti biografici dei quattro personaggi sono reali, così come le svolte personali che ciascuno di loro, nei primi mesi del 1965, stava attraversando: Jim Brown è sul punto di lasciare il football per il cinema, Malcolm X sta per dichiarare l’abbandono dalla Nation of Islam, Cassius Clay si prepara alla conversione islamica e Sam Cook è a pochi mesi dal rilascio della hit A Change is Gonna Come.

L’incontro si rivela un’occasione di riflessione e confronto per i quattro, ugualmente costretti a fare i conti con il razzismo sistemico degli Stati Uniti degli anni ’60 ma portatori di prospettive profondamente diverse sul proprio ruolo in società. La dialettica di Malcolm X si impone su quella degli altri tre e diventa il centro di gravità della piccola stanza del motel – l’ambiente ristretto e unico, così come l’unità di tempo, tradiscono l’origine teatrale del film. Il furore nelle parole di Malcolm catalizza gli altri – anche se in disaccordo –, che questi non possono sottrarsi al magnetismo del leader, attratti da una forza centripeta che li tiene chiusi nella stanza a mangiare gelato. I botta e risposta dei personaggi, intramezzati dai monologhi infervorati di Malcolm, lasciano emergere presto due opposti schieramenti: all’attivismo irriducibile e arrabbiato del predicatore si contrappone il disimpegno di Sam Cooke, alla ricerca del consenso da parte del pubblico bianco che ascolta i suoi pezzi e nella convinzione che nell’emancipazione economica a lungo termine risieda la possibilità di riscatto per la popolazione afroamericana.

La regista – vitale attivista e autrice, ad esempio, dell’hashtag #Oscarsowhite in riferimento alla cerimonia di consegna degli Oscar nel 2015 – lascia intendere che né la lotta di Malcolm né il successo di Sam Cooke sono privi di contraddizioni, ma che entrambi contribuiscono al cambiamento. È proprio questo il punto: l’identità afroamericana non è un blocco marmoreo in opposizione a quella bianca, ma è molteplice, portatrice di prospettive e strategie interne anche molto diverse tra loro – come ci suggeriscono le non troppo velate accuse di Jim Brown sul “essere un nero più bianco degli altri neri” di Malcolm X e sul razzismo presente anche all’interno della comunità afroamericana. Il finale, potente nel montaggio alternato sulle note di A Change is Gonna Come, sancisce l’armonia delle divergenze dei quattro protagonisti, ricomponendole in un messaggio forse ha più a che fare con il 2020 di Black Lives Matter, George Floyd, Brianna Taylor e Ahmaud Arbery che con gli anni ’60.

Giorgia Maestri