Quando parla di Tribe 8, band di cui lei stessa era leader e fondatrice, Lynn Breedlove dice: “Facevamo schifo, non sapevamo suonare, ma siamo state le prime lesbiche ad alzare la testa e a rivolgersi alle altre dicendo che anche noi lo siamo e che questa musica è solo per voi'”. Non c’è frase migliore per riassumere il queercore, una corrente rivoluzionaria che aveva fatto del vaffanculo alla società perbenista il proprio baluardo parecchio tempo prima del “V Day“. Ridurre il queercore a una corrente musicale vuol dire escludere gran parte delle forme che questa corrente ha assunto nel corso degli anni – a partire dalla sua comparsa nel 1985 con la pubblicazione del primo numero dello zine indipendente J.D – creato dai fondatori del movimento Bruce LaBruce e G.B. Jones. Ironicamente, il manifesto queer presentato su J.D. portava l’irriverente titolo ‘Don’t be Gay‘, esprimendo in tre parole la frattura sociale a cui il queercore aveva deciso di dare inizio.

L’epidemia di AIDS aveva fatto ufficialmente la sua comparsa soltanto quattro anni prima e la comunità LGBTQ+, che all’epoca si fermava nel migliore dei casi alla “B”, era diventato il capro espiatorio ufficiale della campagna di sensibilizzazione, insieme agli altri agnelli sacrificali preferiti dalla società: i “tossici”, termine usato per sminuire e relegare a nicchia sporca i malati dal disturbo da abuso di sostanze. Gran parte della comunità queer dell’epoca cercava quindi di conformarsi agli standard sociali in modo da scansare la gogna pubblica, in parte riversandosi sul genere innocuo della Disco music. Chi non si ritrovava in questa estetica giocosa e polished e sentiva il bisogno di sfogare la propria rabbia repressa finiva per confluire nel punk, all’epoca dominio indiscusso di maschi bianchi cisgender, canonicamente machisti, che riuscivano a rompere tutte le regole sociali tranne quelle legate al genere. 

Il queercore si inserisce quindi con violenza tra queste due realtà, apparentemente distanti ma accomunate dall’essere entrambe impastate da regole collettive, che non lasciavano spazio a coloro che non si adattavano bene a un’immagine di genere stereotipata e che non avevano intenzione di conformarsi in nome di un’accettazione fittizia a discapito della propria individualità. E non c’è da stupirsi quindi se Do It Yourself diventa il motto principale del queercore, poiché fare da sé era l’unico modo per costruirsi una nicchia in cui confluire. Fino al 1985: dopo la pubblicazione di J.D. infatti, negli Stati Uniti si crea una rete di individui che finalmente può dire di aver trovato un punto di ritrovo nel motto “Don’t be Gay” o meglio, “Don’t be that Gay”, facendo riferimento alla tendenza tipica degli anni precedenti che vedeva buona parte della comunità sacrificare, nascondendola, la propria sessualità e individualità sull’altare dell’accettazione. Nel frattempo cominciano a nascere una dopo l’altra zine indipendenti, come Chainsaw di Donna Dresch e Outpunk, il cui messaggio è univoco e molto chiaro: non siamo qui per farci piacere, siamo qui per farci sentire, anche a costo di spaccare qualche timpano.

Queste zine diventano ben presto case discografiche indipendenti. In poco tempo nascono band – tra cui Pansy Division, Tribe 8, Cypher in the Show e Sta Prest – grazie alle quali si creano comunità e nuclei di individui che si muovono per tutti gli Stati Uniti da un concerto all’altro per ricongiungersi a quelle anime affini che fino a poco tempo prima nemmeno sapevano di avere. Si ritrovano a concerti, a eventi, a presentazioni di zines e a eventi culturali: così portano avanti una campagna contro la borghesizzazione del movimento rainbow, sollevando un’unica radicale voce che non aveva alcuna intenzione di scendere a compromessi. Non erano anarchici, non erano comunisti, non erano fascisti, erano un branco di reietti omosessuali e gender-nonconforming stufi di nascondersi, nella maggior parte dei casi con nessuna tecnica musicale alle spalle, ma con la voce resa tonante da una rabbia sopita troppo a lungo. La musica è un’accozzaglia assordante di suoni al limite dell’ascoltabile, un coacervo di accordi che sembrano messi insieme all’unico scopo di far casino, ma gli strumenti fanno solo da sfondo a testi che al contrario vengono urlati chiari e forti: “Cause you’re confused/Cause I don’t fit in your boxes you loser/I’m gonna have a bladder burst/While you ponder gender!” canta Breedlove in Wrong Bathroom, sventolando i seni nudi con uno strap-on legato in vita, poco prima di essere trascinata di peso fuori dalle autorità competenti. Più di recente, Brent DeBoard dei Murder Person for Hire urla senza mezzi termini: “I’m here and I’m queer and I’m drowning in fear/And I’m blaming it all on you” nella frenetica Chaotic Gender Neutral.

Il movimento prende piede al punto che nel 1990 J.D. dà alla luce la prima compilation queercore, la Top Ten Homocore Hit Parade Tape, includendo anche artisti di continenti diversi, testimonianza di come questa corrente sovversiva avesse una risonanza tale da superare i confini degli States. Nonostante la chiusura di lì a poco di J.D., lo zine che aveva scatenato la rivolta, gli anni ‘90 segnano infatti un periodo di fervore senza precedenti per il movimento: il queercore collabora, seppur a tratti con diffidenza, con il fortunato movimento delle Riot Grrrl e, al contempo, riesce a cogliere l’attenzione della collettività mainstream quando i Pansy Division accompagnano i Green Day in tour. Tuttavia l’attenzione mediatica rimarrà comunque flebile e il movimento resterà per pochi, fino al colpo di grazia degli anni 2000. Internet infatti, grazie alla facilità con cui mette in contatto persone da ogni parte del mondo, priva il movimento di quello che era sempre stato il proprio ruolo principe: collegare individui estremamente soli attraverso un senso di condivisione palpabile, che oggi appare tanto virtuale quanto illusorio. La lotta all’alienazione, la libertà di essere e soprattutto l’importanza delle persone e dei legami, come premessa imprescindibile per qualsiasi cambiamento, costituiscono l’inestimabile lascito di questa corrente che ognuno di noi, tra una caption di Instagram e l’altra, dovrebbe tenere a mente.

Gloria Venegoni