Voto

7

Nel 2012, in Francia, Fahim Mohammad, un ragazzo bangladese di dodici anni senza permesso di soggiorno, vince il campionato nazionale di scacchi under 12. La storia arriva fino al Primo Ministro dell’epoca, che accetta di accelerare la regolarizzazione di Fahim e della sua famiglia. Qualcosa di meraviglioso racconta una storia sulla ricerca disperata del proprio posto all’interno di un Paese sconosciuto; una speranza che fino all’ultimo rimane sospesa e la paura di finire tra gli invisibili è totalizzante.

Il regista Pierre-François Martin Laval si mantiene in un pacato equilibrio tra dramma e commedia, senza insistere mai eccessivamente sul pathos della storia né cadere nella compassione, riuscendo a sviluppare una riflessione politica sulla condizione dei migranti, tra esilio e integrazione. La durezza della storia vera da cui il film è tratto si fonde col sogno universale di un domani migliore per sé e i propri cari, raggiungibile attraverso un percorso pedagogico, come quello del gioco degli scacchi. Il messaggio, semplice ma mai posto banalmente, è che la dimensione comunitaria di un gruppo può dare un significato alle singole vite individuali, soprattutto per coloro lasciati al margine e che per farsi sentire devono gridano.

A placare l’energia irrefrenabile del ragazzino ci pensa l’altra parte della medaglia, ovvero Sylvain Charpentier (Gerard Depardieu), ex campione di scacchi che cerca subito di detonare la furbizia e la sfrontatezza di Fahim (Ahmed Assad), che dimostra una fenomenale voglia di integrazione e scoperta, imparando il francese con una velocità stupefacente. La regia si mantiene piuttosto semplice e descrittiva, mentre l’intera messa in scena, accentua l’aspetto romanzato della vicenda, riesce a toccare da vicino lo spettatore e sconfiggere la sua diffidenza, ricordandogli che ogni giorno c’è chi è costretto a vivere nascosto, ad assecondare le regole di una società che non gli appartiene.

Pietro Bonanomi