Voto

6

Con The Agent Intellect, specialmente nella traccia Potiac 87, si ha l’impressione di sprofondare in uno spaventoso abisso senza fondo. Questa libidinosa sensazione emerge grazie alla voce cavernosa di Joe Casey, che incombe sugli affilati suoni delle chitarre, sui bassi dub e sulla batteria dal costante e soffocante ritmo.

The Devil in His Youth suona come una dichiarazione d’intenti. A dominare l’album, infatti, dalla prima traccia fino a Feast of Stephen, è proprio la parte peggiore dell’uomo, frutto delle molteplici ingiustizie di cui è vittima e delle sofferenze che ne derivano.

Soltanto Ellen porta un po’ d’amore tra gli scenari grigi degli altri brani; traccia in cui Casey immagina che le parole scritte e cantate siano quelle rivolte da suo padre a sua madre, malata di Alzheimer.

I Protomartyr scelgono sapientemente il post-punk come contenitore della propria delusione: la natura tetra di questo genere musicale si accosta perfettamente alla sconfortante e agghiacciante realtà umana descritta da Casey. Ma, purtroppo, è questa stessa incalzante oscurità senza soluzione ad appesantire l’album, rendendolo difficile da deglutire per intero.

Federica Romanò

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